I lussi musicali di Verbier

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Verbier Festival (musiche di Brahms, Berlioz, Beethoven, Ravel, Schubert, Schumann, Wagner, Mahler, Mozart, Rachmaninov) violino Kyung Wha Chung, Verbier Festival Orchestra, direttore Charles Dutoit; soprano Emöke Baráth mezzosoprano Ann Hallenberg tenore Bernard Richter baritono Stephan Genz Verbier Festival Chamber Orchestra, direttore Gábor Takács-Nagy; baritono Stephan Genz Verbier Festival Junior Orchestra, direttore Daniel Harding; pianoforte Daniil Trifonov; violino Benjamin Beilman pianoforte Alessio Bax

Verbier, Salle des Combins e Chiesa, 22, 23 e 24 luglio 2016

 

Come accade in tutti i festival estivi più blasonati, anche a Verbier per oltre due settimane assistiamo ad un vero e proprio diluvio di musica, con le matinée in Chiesa, le masterclass (alle quali si può accedere liberamente) ed infine gli appuntamenti serali nella Salle des Combins, una struttura semipermanente da 1.700 posti senza attrattive estetiche ma con un’acustica accettabile (tranne quando piove, situazione che rischia di rendere impossibile lo svolgimento dei concerti).

Verbier è una stazione sciistica ed estiva molto glamour e molto chic, frequentata dai ricchi di mezzo mondo, con una vista superba sul Grand Combin e sul Monte Bianco e strutture alberghiere a volte perfino esageratamente lussuose. Tutto ha il suo costo, naturalmente, anche i biglietti dei concerti del festival. Ma il recital del pianista Daniil Trifonov valeva da solo un viaggio nella cittadina svizzera, situata a 1.500 metri di altezza nel cantone del Vallese, poco oltre il valico del Gran San Bernardo.

Sul fatto che il venticinquenne Trifonov sia non soltanto uno dei migliori talenti pianistici della sua generazione ma uno dei migliori talenti musicali in assoluto oggi presenti sulle scene ci sono pochi dubbi. A Verbier il pubblico gli ha tributato un’ovazione strepitosa al termine di un recital di grande impegno fisico e di grande intensità drammatica, con la Ciaccona per la mano sinistra di Bach-Brahms in apertura, quindi la Sonata in SOL D 894 di Schubert, il primo libro delle Brahms-Paganini ed infine la poderosa Sonata n. 1 di Rachmaninov.

Per presentare Schubert e Rachmaninov nella stessa serata bisogna essere degli incoscienti oppure dei musicisti veri. Musicisti capaci di creare un unico grande arco drammatico non solo dall’inizio alla fine di uno stesso brano, ma dall’inizio alla fine dell’intero recital. Trifonov non sfodera in Rachmaninov il virtuosismo di altri pianisti, con ottave possenti, scale d’acciaio e sonorità orchestrali, come avviene per esempio con Nikolai Lugansky, che — detto per inciso — è forse attualmente il più grande interprete di Rachmaninov. Il suo Rachmaninov, piuttosto, è in continua ebollizione emotiva, un Rachmaninov sofferto, malinconico e febbrile, non sempre impeccabile nei dettagli (la pedalizzazione nel primo movimento, per esempio) ma senza il minimo cedimento emotivo. L’inizio dell’Andante c’è la pura magia del timbro, con ogni singolo suono che sembra emergere dal fondo di uno specchio d’acqua e sembra — fisicamente non è possibile eppure l’impressione è proprio questa — in crescendo, come accade con la messa di voce di un cantante: un’illusione creata da un sapiente utilizzo del pedale e da un fraseggio calcolatissimo, a lunghe campate. Tutto è lento e trasfigurato, quasi a suggerire un percorso comune tra la malinconia viennese di Schubert e la melanconia slava di Rachmaninov, eppure Trifonov riesce a far cantare il suo strumento — dote solo dei grandi — anche quando stacca tempi lentissimi. L’inizio dell’ultimo movimento è magnetico, come un arco che si tende sempre di più, a preparare la cupa citazione del «Dies Irae», segnale funebre presente in modo ossessivo in molti dei capolavori di Rachmaninov. La temperatura emotiva del recital si raffredda un poco con i due bis, la sonata Reminiscenza di Medtner ed il Notturno per la mano sinistra di Scriabin, ma sono bis e l’acustica un poco fredda della Salle des Combins certo non aiuta. Poco importa, però, visto che prima di Rachmaninov abbiamo ascoltato una Ciaccona di Bach-Brahms dal virtuosismo severo e scevro da ogni compiacimento e delle Variazioni su un tema di Paganini elegantissime anche nei momenti di virtuosismo più acceso (le ottave doppie di Trifonov, se non per la potenza, sono formidabili per la scioltezza e la velocità), perché il pianista russo non insegue gli effetti pirotecnici con la brillantezza (e potrebbe farlo) né con un volume di suono esagerato (che comunque non è nel suo bagaglio tecnico), ma è in costante ricerca del dramma (e non fa testo qualche nota sbagliata nei salti). Queste Brahms-Paganini sono immerse in un’atmosfera cupa, accentuata dagli stacchi di tempo lentissimi delle variazioni liriche, proprio come nell’Andante della Sonata n. 1 di Rachmaninov. Esasperando il carattere lirico delle variazioni lente Trifonov crea così un grande contrasto con la successiva variazione delle ottave in glissando, ottenendo ancora una volta un effetto altamente drammatico.

E la sua interpretazione della Sonata D 894 di Schubert? Elegante, leggera e delicata senza essere leziosa: nella stessa serata Trifonov restituisce alla platea un Rachmaninov profondamente russo ed uno Schubert viennese fin nelle midolla. Ascoltandolo tratteggiare sulla tastiera le melodie schubertiane — incantevole è l’Allegretto finale — viene in mente il vecchio detto «mani di acciaio in guanti di velluto». Una grande lezione di stile, di serietà, di maturità interpetativa.

Di routine, invece, il concerto inaugurale di questa edizione del Festival, con la Verbier Festival Orchestra guidata dal suo direttore musicale Charles Dutoit e la violinista coreana Kyung Wha Chung, tornata da un paio d’anni sulle scene dopo un decennio di inattività a causa di problemi fisici. L’orchestra del Festival è una formazione stagionale legata ad un progetto didattico, come avviene per la Gustav Mahler Jugendorchester la European Union Youth Orchestra, il cui livello è però mediamente superiore. Nella Sinfonia fantastica di Berlioz avremmo voluto più pathos, più colori e slanci (piuttosto esangue il Valzer, per quanto elegante), anche se le individualità sono buone (vogliamo citare il corno inglese nel terzo movimento) e nel complesso l’insieme funzionava. Gli ultimi due movimenti apparivano un po’ sopra le righe, poco incisivi ritmicamente, anche perché sul podio Dutoit aveva l’aria di un gentiluomo inglese che lascia molto fare, quando le orchestre giovanili dovrebbero essere guidate passo a passo.

Piuttosto generica è apparsa la concertazione del Concerto per violino di Brahms, in cui solista e direttore sembravano tra l’altro andare in direzioni diverse — più aggressiva e ferrigna Kyung Wha Chung, più morbido il fraseggio dell’orchestra. La violinista coreana si è mostrata autorevole (spesso era lei a guidare ed incalzare i giovani orchestrali) e molto sicura tecnicamente, in una lettura pulita e sobria (pochissimo vibrato, poche variazioni dinamiche) anche se a tratti un po’ ruvida nel fraseggio, soprattutto nel finale. Viene comunque da chiedersi per quale motivo sia stata scelta lei per il concerto inaugurale e non violinisti come Leonidas Kavakos, Christian Tetzlaff e Joshua Bell, pure presenti nel cartellone del Festival, che del Concerto di Brahms sarebbero stati senza dubbio interpreti più autorevoli.

Interessante si è rivelata la seconda serata del festival, che vedeva sul podio l’ungherese Gábor Takács-Nagy impegnato in un programma tutto mozartiano con la prima ed ultima delle sinfonie accanto alla Messa in do K 427. A differenza di Dutoit, Gábor Takács-Nagy cerca ed ottiene dagli orchestrali continue variazioni dinamiche, in interpretazioni mosse e vivaci, frutto evidentemente di una grande consapevolezza della prassi esecutiva storicamente informata. L’impressione era di ascoltare un’altra orchestra ed in effetti era proprio così, perché la Verbier Festival Chamber Orchestra non è la versione ridotta dell’orchestra maggiore ma una formazione di eccellenza in cui confluiscono i migliori membri delle orchestre delle passate edizioni del Festival.

Il Mozart giovanissimo della ancora acerba Sinfonia in MI bemolle K 16 è risultato gradevole, per quanto gli archi tendessero sempre a strappare in chiusura di frase, il Mozart della Sinfonia in DO K 551 «Jupiter» fresco e luminoso, per nulla monumentale e lontano da ogni retorica, sia nel fraseggio (danzante il Menuetto) sia nelle sonorità, perché il direttore ungherese sapeva ben calibrare ogni dettaglio. Stesso discorso va fatto per la Messa in Do minore, per quanto del gruppo dei solisti solo il soprano Emöke Baráth sia sembrato davvero all’altezza del suo ruolo. Qualche perplessità sulla scelta del coro, l’ensemble MasterVoices di New York che era a Verbier anche per l’esecuzione della Carmen in forma di concerto in programma nei giorni successivi ma il cui organico di oltre ottanta elementi si è rivelato eccessivo per un’orchestra filologicamente ridotta al minimo, con la conseguenza di un grande impatto — sonoro e visivo — in pagine come il Kyrie ed il «Gratias tibi agimus» del Gloria e di una evidente mancanza di brillantezza e agilità nei passaggi più impegnativi, per esempio nella fuga conclusiva del Gloria.

Per le matinée cameristiche abbiamo ascoltato il recital del venticinquenne violinista americano Benjamin Beilman, accompagnato al pianoforte dall’esperto Alessio Bax nella Sonata in LA op. 30 n. 1 di Beethoven, nella Sonata in SOL n. 2 di Ravel e nella Fantasia in DO D 934 di Schubert. Un recital gradevole ed un poco paradossale, perché Bax ha mostrato di avere una personalità musicale più spiccata di Beilman, pulito e corretto nel suono e nel fraseggio ma esangue sul piano del timbro, soprattutto se messo a confronto con le iridescenze timbriche del raffinato pianismo di Bax.

Pregevole, invece, la prova dei giovanissimi (età media 16/17 anni) della Verbier Festival Junior Orchestra, la terza delle orchestre presenti stabilmente ogni estate nella cittadina svizzera, guidati da un attento e trascinante Daniel Harding in un concerto pomeridiano che comprendeva l’ouverture della Genoveva di Schumann, il Preludio ed il Liebestod del Tristan di Wagner ed i Rückert-Lieder di Mahler. Sono davvero bravi, i ragazzini. Certo, l’amalgama timbrico non era quello delle orchestre degli adulti, eppure il fraseggio era curato, Mahler risuonava in tutta la sua nostalgia, il Preludio del Tristan funzionava, pur senza essere travolgente e nonostante qualche imprecisione che si può ben perdonare, data l’età. Il baritono Stephan Genz è stato protagonista di una prova discreta, cogliendo le sottigliezze dei Lieder mahleriani, soprattutto nei pianissimi, anche se la voce è piccola e non particolarmente seducente nel timbro. Superba la prova di Harding, che negli ultimi anni è diventato quel grande direttore che doveva essere fin dall’inizio della carriera: lo ha dimostrato guidando passo a passo un’orchestra di giovanissimi, portandola nel cuore di mondi estetici complessi come quelli di Mahler e di Wagner, facendola fraseggiare con un trasporto che non avremmo immaginato possibile in ragazzi così acerbi e inesperti della vita.

Luca Segalla

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