I giovani di Lucerna alla sfida contemporanea

DUKAS Fanfare pour précéder «La Péri» DEBUSSY Dalle Images: n. 3, Rondes de printemps CHIN Le Silence des Sirènes BERIO Coro; soprano Barbara Hannigan; Lucerne Festival Academy Orchestra e Lucerne Festival Academy Chorus, direttore Simon Rattle

Lucerna, Lucerne Festival, KKL Konzertsaal, 23 agosto 2014

Il prestigioso palcoscenico di Lucerna ha dato molta risonanza all’ultimo lavoro della cinquantatreenne sudcoreana Unsuk Chin, Le Silence des Sirènes, commissionato dalla Roche, uno dei principali sponsor del festival elvetico. Questa prima mondiale ha avuto come protagonisti la bacchetta di Simon Rattle ed il soprano canadese Barbara Hannigan, uno degli artisti ospiti dell’edizione 2014 del Festival. È una pagina allucinata ed ipervirtuosistica nel suo sfuggente puntillismo sonoro (non c’è nulla, però, che si richiami nemmeno alla lontana ai mondi musicali dell’Estremo Oriente), costruita su misura per le straordinarie doti vocali e sceniche della Hannigan. I testi, provenienti dall’Odissea e dall’Ulysses di James Joyce, vengono ridotti a puri fonemi, in un sottile gioco di rimandi tra la solista e un accompagnamento orchestrale timbricamente molto raffinato, che caratterizza anche altre composizioni della Chin. Se un tema archetipico come quello delle sirene porta con sé delle inevitabili implicazioni filosofiche e letterarie, ci sembra che il significato del lavoro sia da ricercare nella sua dimensione puramente musicale, nonostante la compositrice coreana suggerisca una chiave di lettura alla luce della tesi espressa da Horkheimer e Adorno nella Dialettica dell’Illuminismo sull’inconciliabilità tra il mondo primordiale ed istintuale delle sirene e quello razionale di Ulisse. È significativo in tal senso che il titolo sia stato scelto, per ammissione della stessa compositrice, soprattutto per le sue suggestioni fonetiche.

In una parte estremamente insidiosa per l’intonazione e timbricamente sfaccettatitissima (suggestive le battute iniziali, con il solista fuori scena impegnato in una misteriosa e primitiva melopea, sulla quale poi si innestano, quasi impercettibilmente, le percussioni e i violini secondi) Barbara Hannigan ha dato una prova superba, restituendo all’ascoltatore tutta l’energia primordiale del lavoro, anche attraverso una gestualità che appariva tesa fino allo spasmo ma che era sempre molto controllata. Da apprezzare è stata l’ottima prova dei giovani della Lucerne Festival Academy Orchestra, una formazione didattica sul modello delle grandi orchestre giovanili europee chiamata ogni estate, ogni anno con un organico rinnovato, a mettersi alla prova sul difficile terreno della musica contemporanea. Certo, in Dukas non tutto funzionava e in Debussy da un lato il fraseggio era poco sensuale e dall’altro si avvertiva la mancanza di peso sonoro e di un autentico amalgama timbrico, soprattutto negli archi. Sono i difetti, inevitabili, della gioventù. Simon Rattle, però, che la dirigeva per la prima volta, nel brano della Chin ha saputo farla suonare molto bene, sia sul piano tecnico (i vitrei armonici della sezione conclusiva erano impeccabili) sia sul piano dell’espressione e della tenuta dell’insieme in una pagina la cui durata arriva a sfiorare i venti minuti.

La musica di Unsuk Chin, che all’inizio degli anni Ottanta ebbe modo di studiare con György Ligeti e che da allora vive e lavora in Germania, possiede delle caratteristiche molto particolari. È impossibile ridurla sia al modello ligetiano, a cui si può accostare per certi aspetti per così dire meccanici (a dire il vero più in pagine come Fantaisie mécanique e Xi che nel Silenzio delle sirene), sia agli schemi della musica elettronica, le cui sonorità comunque affiorano nell’immaginifica e surreale trama timbrica del Il silenzio delle sirene. Il suo accostamento a un lavoro di Luciano Berio di rara esecuzione come Coro, per quaranta voci e quarantaquattro strumenti, si è rivelato particolarmente significativo, in un programma che andava anche a ripescare con Rondes de printemps di Debussy le lontane possibili radici di certe suggestioni neoimpressionistiche della partitura della Chin. Con Coro (1975/1976) Berio ha sperimentato un complicatissimo e cangiante intreccio tra voci e strumenti, accoppiati in suggestivi impasti timbrici (soprano e flauto, contralto e sassofono e così via) e mescolati anche nella disposizione sul palcoscenico. In apparenza siamo sul terreno dell’indagine folklorica, visto che i numerosi frammenti testuali utilizzati sono tratti dalle tradizioni popolari di mezzo mondo e considerato il trattamento eterofonico, più che contrappuntistico, del materiale musicale (come in seguito Ligeti, anche Berio era rimasto colpito dall’ascolto della musica della tribù africana dei Banda Linda).

In realtà si tratta – come spesso accade in Berio – di musica al quadrato, musica straniata e decontestualizzata, in una sorta di neoclassicismo stravinskiano applicato al campo della etnomusicologia. In primo luogo in testi popolari sono quasi tutti tradotti in Inglese ed in Francese, finendo per venire assorbiti nella cultura dell’ascoltatore occidentale. In secondo luogo la musica non è mai – a parte poche eccezioni – quella originale, ma è sempre composta «ex novo». In terzo luogo il materiale testuale e musicale viene sottoposto ad un processo di frammentazione e ricostruzione, con un effetto insieme straniante e potentemente evocativo di un mondo oscuro e arcaico. È forse il punto di maggiore contatto con Il silenzio delle sirene di Unsuk Chin, la capacità di evocare un universo sonoro magico e primordiale, legato agli istinti ancestrali dell’umanità. In Berio, però, questa evocazione trova un contrappeso nella presenza di alcuni versi di un testo di Neruda (“venite a vedere il sangue nelle strade”) che si insinua sempre più insistentemente tra le maglie del finto tessuto folklorico a segnalare l’irruzione violenta della storia e della morte nel mondo degli istinti primordiali e naturali. È chiara l’intenzione di un compositore «impegnato» come Berio di dare un significato sociale, se non politico, ad una pagina che finisce in questo modo per essere una sorta di «requiem sovranazionale non liturgico», come è stata anche definita. Un’attonita presa di coscienza dell’azione corrosiva della storia nei confronti di una natura senza tempo e senza luogo. Una natura, però, è bene ricordalo, ricostruita tutta – rimontata, verrebbe da dire, usando un termine cinematografico – nel laboratorio del compositore.

Districarsi in questa selva sonora non è impresa facile e per i giovani dell’Accademia è stata una prova di grande maturità, risolta in modo quasi impeccabile (solo qualche incrinatura delle voci nei passaggi solistici più esposti), anche perché sul podio Simon Rattle, bacchetta molto navigata nel repertorio contemporaneo, ha tenuto tutto sempre sotto stretto controllo.

Luca Segalla

LUCERNE FESTIVAL im SOMMER 2014 Lucerna_23Agosto_2014_RATTLE_BranoDiBerio LUCERNE FESTIVAL im SOMMER 2014

© LUCERNE FESTIVAL / Priska Ketterer

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