
settembre
2010
n . 218 - Anno XXXIII
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Indici delle
annate
di MUSICA 1977-1991
INDISPENSABILE!!!

Indici delle
annate
di MUSICA 1992-2004
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Robert
Schumann
Il Trio in
Re minore op. 63 di Schumann
Genesi, concezione, interpretazioni
di Claudio Bolzan
Fryderyk Chopin
Chopin
e la rivoluzione piccolo-borghese
di Piero Rattalino
Pianoforte
Pianoforte:
passaggio d’epoca
in Schumann e Chopin
di Carlo Piccardi
Abbiamo
recensito gli spettacoli a:
Aix-en-Provence, Aldeburgh,
Dobbiaco, Dortmund, Glyndebourne, Martina Franca, Milano, Monaco di Baviera,
Montepulciano, Montpellier, Pesaro, Ravenna, Savona, Siena, Torre del
Lago
I
retroscena di Enrico Stinchelli
La marea nera di Operopoli
Interviste
- Intervista
a Roberto Diem Tigani
di Nicola Cattò
- Dieci
domande a Yuja Wang
di Nicola Cattò
La
polemica
- Incompetenti
o sabotatori? di
Stephen Hastings
Ci
hanno lasciato
- Maureen Forrester,
Charles Mackerras, Cesare Siepi, Franca De Resnis Christoff

EDITORIALE
Che cosa distingue una
rivista mensile da una rivista bimestrale? Questa è la domanda
che ci siamo posti nel momento di fare il grande passo dieci anni (e cento
numeri) fa. La risposta poi era quella ovvia: un rapporto più stretto
e più veloce con l’attualità, con ciò che viviamo
qui e ora. E questa inedita (per MUSICA) velocità, favorita da
un impiego sempre più diffuso di internet, ci ha spinto allora
a compiere un altro passo importante: quello di creare uno spazio ogni
mese per le recensioni di spettacoli e concerti dal vivo (presenti solo
in maniera intermittente nei primi centodiciotto numeri della rivista).
Una scelta resa urgente poi dalla riluttanza sempre maggiore dei quotidiani
ad impegnarsi in quest’ambito: una riluttanza che si è trasformata
ormai in una rinuncia tanto meschina quanto miope, che ha influito negativamente
anche sull’atteggiamento del governo nei confronti delle istituzioni
musicali. E proprio per questo motivo abbiamo scelto di spostare ora la
nostra amata rubrica «Dalla platea» nelle prime pagine delle
rivista, trasformandola da postludio in preludio. Una colloca¬zione
doppiamente logica in quanto non poche esecuzioni recensite dal vivo si
trasformano poi in CD e DVD: sottoposti in seguito a una valutazione più
ponderata nella rubrica discografica. Passaggi simili hanno influito anche
sulla nostra percezione del percorso artistico di Cesare Siepi: il grande
basso italiano, spentosi ottantasettenne il 5 luglio, che abbiamo voluto
mettere in copertina pur non potendogli dedicare che poche righe su questo
numero. Siepi ebbe una carriera discografica più che rispettabile
– molti ricorderanno la bellissima intesa tra il suo Figaro e il
direttore Erich Kleiber nelle prime Nozze della Decca, datate 1955 –
ma sostanzialmente lacunosa (nessun Don Carlo, nessun Faust, nessun Ernani,
nessuna Norma) se si pensa all’ampiezza e alla ricchezza cromatica
della sua galleria teatrale, dove appunto quei titoli ebbero un rilievo
forte e memorabile. Per fortuna le numerose registrazioni dal vivo –
molte delle quali tratte da radiotrasmissioni dal Metropolitan, dove Siepi
dominò il registro più grave per più di un ventennio
– ci danno accesso diretto a recite mitiche nelle quali i cantanti
sembrano agire sulla scena come se non conoscessero ancora la trama che
li coinvolge. Quest’illusione di casualità era decisiva per
un interprete come Siepi perché i bassi – proprio a causa
di quella statuaria imponenza che sembra radicarli nella terra –
rischiano più di altre voci di diventare ingessati. E persino un
ruolo mobilissimo come Don Giovanni – nel quale Siepi ebbe ben pochi
rivali – rischia alla lunga di cedere all’automatismo. Un
rischio evitato però quando sul podio c’è Wilhelm
Furtwängler, che spinge Siepi – nel film di Paul Czinner girato
al Festival di Salisburgo nel 1954 – ad affrontare il convitato
di pietra ad armi pari, con un eroismo scenico evocale che rinfranca il
personaggio da un destino banale e giustifica appieno la terribilità
della musica mozartiana. Non sappiamo come lo stesso Siepi abbia accolto
la morte e vissuto quella vecchiaia che Don Giovanni non conosce (il basso
viveva appartato ad Atlanta dopo il ritiro dalle scene, e non concedeva
interviste). Non c’è dubbio però che conoscesse già
da tempo le lacerazioni più tipiche di quell’età.
Ascoltate per esempio il suo «Infelice! e tuo credevi» dall’Ernani
di Mitropoulos al Metropolitan nel 1956, dove la pulsazione irregolare
del tempo dà l’impressione di una terra che ci si apre sotto
i piedi, senza però intaccare il denso ed eloquente fluire della
linea vocale. Altrettanto certa era la capacità del basso di dialogare
con le dimensioni non tangibili dell’esistenza. L’invocazione
di Méphistophélès alla Notte nel terzo atto di Faust
registrato al Met nel 1959 – resa più idiomatica dalla presenza
di Jean Morel sul podio – non emerge semplicemente come una preghiera
pregna di malignità, ma mette chi ascolta in uno stato di contatto
con qualcosa di misterioso e imponderabile. E la maniera in cui Siepi
vive – nei panni del Padre Guardiano – il finale del secondo
atto della Forza del destino, affiancato da una Renata Tebaldi inspirata
e sostenuto di nuovo dal carisma destabilizzante di Mitropoulos sul podio,
ci fa comprendere come certe scene canoniche di Verdi possano perdere
ogni ritualità e simulare il flusso imprevedibile della vita vissuta:
accessibile a noi ascoltatori non meno che agli interpreti di quel Maggio
Musicale di cinquantasette anni fa. Uno dei paradossi del disco infatti
è che può trasformare il passato altrui nel nostro presente.
E la sua capacità di farlo non dipende dalla distanza nel tempo
ma dall’intensità con cui gli interpreti di allora vissero
il loro presente. Quella stessa intensità che cerchiamo con insistenza
nelle esecuzioni dal vivo dei nostri giorni, convinti che la potenza dell’arte
musicale possa sconfiggere persino gli errori dei legislatori, persino
il pessimismo di chi si sente quotidianamente discriminato e umiliato
nella sua dignità professionale. Stephen Hastings
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