Grande Gatti nei “Maestri” scaligeri: ma il tenore?

WAGNER Die Meistersinger von Nürnberg M. Volle, A. Dohmen, M. Werba, E. Caves, P. Sonn, J. Wagner, A. Lapkovskaja Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, direttore Daniele Gatti regia Harry Kupfer

Milano, Teatro alla Scala, 30 marzo 2017.

 

Era un Daniele Gatti in stato di grazia quello sul podio dei Maestri Cantori di Norimberga in scena alla Scala tra marzo e aprile. La leggerezza e la precisione del gesto si traducevano nella leggerezza della trama musicale, concertata con millimetrico dosaggio di timbri e dinamiche e nel contempo ariosa e vivace, come richiede l’unica opera wagneriana da ascrivere al genere comico, anche se si tratta di una comicità pensosa e venata di malinconia.

A volte Gatti, in passato, ci aveva dato l’impressione di essere un direttore di una rara lucidità analitica ma poco incline a lasciarsi andare al respiro della musica. Questi Meistersinger, avevano invece un loro respiro interno, un loro ritmo segreto, erano immersi in un brulicare di vita (ammirevole il quintetto del III atto) che è il segno di una maturità ormai pienamente raggiunta. I dettagli resi con una risoluzione altissima, in virtù di uno scavo minuzioso dentro la partitura si accompagnavano alla capacità di aderire al flusso emozionale della vicenda, senza mai perdere di vista la centralità del canto e della parola: una prova superlativa.

La regia era quella realizzata da Harry Kupfer nel 2012 per l’Opera di Zurigo, ripresa in questa occasione da Derek Gimpel. È una messa in scena coerente con la musica e la drammaturgia del testo (già una notizia, di questi tempi…), giocata sulle rovine di una grande cattedrale gotica contrapposta alle gru di una moderna città in ricostruzione sullo sfondo, forse un’allusione alle lacerazioni della Germania dopo la II guerra mondiale tra le inquietanti rovine del passato ed una modernità altrettanto inquietante. I cambi di scena erano realizzati a vista, attraverso la rotazione dell’enorme impianto architettonico posto al centro del palcoscenico. A convincere è stato anche e soprattutto il lavoro drammaturgico intorno ai personaggi, i cui movimenti e le cui interazioni sono fondamentale in un’opera dalle mille sfaccettature come i Maestri Cantori, con una trama musicale dispersa in mille rivoli contrappuntistici che trovano una coesione soltanto se sul podio e in cabina di regia si hanno le idee molto chiare.

Michael Volle è stato un commovente Hans Sachs, perché dall’alto del suo talento, del mestiere e dell’esperienza ha fatto emergere la rassegnata umanità e la malinconica consapevolezza del passare del tempo propria di un personaggio il quale oltre ad essere il vero deus «ex machina» dell’azione è anche una proiezione scenica dello stesso Wagner, che all’epoca della composizione dell’opera aveva ormai ampiamente superato i cinquant’anni: una conferma che i grandi cantanti sono quasi sempre anche dei grandi «dicitori» della parola, una dote indispensabile in una partitura così raffinata, così sfuggente e così insidiosa – per la complessità, per la lunghezza, per la ricchezza di sfumature – come quella dei Meistersinger. Ottime anche le voci del basso Albert Dohmen (Pogner) e del tenore Peter Sonn (l’apprendista David), affiancati dall’Eva elegantissima – scenicamente e vocalmente – di Jacquelyn Wagner (voce piccola ma molto espressiva) e dall’ottimo Beckmesser del basso Markus Werba.

Protagonista in negativo il tenore californiano Erin Caves, chiamato a sostituire fin dalla seconda rappresentazione un indisposto Michael Schade nella parte di Walther von Stolzing con risultati deludenti, a causa di una voce non adatta al ruolo, di una tecnica precaria e di incertezze imbarazzanti sugli acuti. Il pubblico ha così assistito a degli ottimi Meistersinger ma di fatto privi di un tenore ed alla fine era talmente imbarazzato da rinunciare quasi del tutto alle contestazioni nei confronti di Caves, appena accennate visto la disarmante inadeguatezza dell’interprete. Possibile che in uno dei teatri lirici più prestigiosi delle scene internazionali non si riesca a trovare un sostituto all’altezza quando un tenore si ammala?

Luca Segalla

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