Gli Incontri in Terra di Siena fanno 30

Porgy & Bess Revisited violino Nicolas Dautricourt contrabbasso Knut Erik Sundquist vibrafono Pascal Schumacher 

POULENC Sonata per flauto e pianoforte flauto Emmanuel Pahud pianoforte Alessio Bax RAVEL Chansons madécasses tenore Ian Bostridge flauto Emmanuel Pahud violoncello Christian Poltéra pianoforte Lucille Chung DEBUSSY Sonata per violino e pianoforte in sol violino Daishin Kashimoto pianoforte Leif Ove Andsnes DEBUSSY Syrinx per flauto solo flauto Emmanuel Pahud DOHNÁNYI Quintetto per pianoforte e archi in mi bemolle op. 26 violini Daishin Kashimoto e Annabelle Meare viola Lawrence Power violoncello Christian Poltéra pianoforte Leif Ove Andsnes 

Incontri in Terra di Siena: Castelluccio (Piazzale del Granaio di Belvedere) e Città della Pieve (Teatro degli Avvaloranti), 29 e 31 luglio 2018

 

Per celebrare il traguardo della trentesima edizione gli Incontri in Terra di Siena si sono concessi quest’anno un cartellone di gran lusso. In sette concerti comparivano gli interpreti che hanno caratterizzato le ultime edizioni del Festival fondato dal violoncellista Antonio Lisy e ora diretto dal pianista Alessio Bax: un cartellone quasi interamente fatto di artisti in residenza, i quali si sono esibiti in sette dei luoghi storici del Festival, il cui cuore rimane nella tenuta della Foce, in Val d’Orcia, a pochi chilometri da Chianciano.

Alcuni grandi interpreti del jet set musicale internazionale come il tenore Ian Bostridge, il pianista Leif Ove Andsnes e due delle prime parti dei Berliner Philharmoniker, il violinista Daishin Kashimoto e il flautista Emmanuel Pahud si sono ritrovati in un contesto familiare e informale per proporre al pubblico della raffinata musica da camera. Agli Incontri si respirano infatti atmosfere antiche, atmosfere da serate musicali ottocentesche, con interpreti di fama mondiale che rinunciano a fare i solisti – il cartellone era tutto costruito intorno ad appuntamenti cameristici – per dialogare e confrontarsi tra loro davanti a un pubblico formato in gran parte da amici e sostenitori del Festival.

Indimenticabile è stato il concerto nel piccolo Teatro degli Avvaloranti a Città della Pieve, sia per la presenza sullo stesso palcoscenico del gruppo dei già citati interpreti da sogno, che avrebbero potuto tranquillamente reggere da soli un’intera serata sia per il programma raffinato e prezioso, quasi tutto dedicato alla musica francese della prima metà del Novecento. Forse nessun altro flautista di oggi saprebbe rendere la leggerezza, l’eleganza e l’incanto della Sonata di Poulenc come riesce a fare Emmanuel Pahud, una pagina sfuggente e delicata come una brezza marina che nell’interpretazione di Pahud, con Alessio Bax al pianoforte, era immersa in un velo di nostalgia. Il primo movimento era puro incanto sonoro, nel secondo affiorava invece una cantabilità più intensa mentre il finale scorreva rapidissimo e brillante: Pahud ha interpretato la Sonata come un polittico composto da tre pannelli distinti, ciascun con una sua peculiare caratteristica sonora. A confermare la versatilità del flautista svizzero è arrivata, nella seconda parte del concerto, una Syrinx di Debussy dal suono profondo e timbrato, che nella sua avvolgente sensualità era tutto l’opposto dell’evanescenza del primo movimento della Sonata di Poulenc e che poi, a poco a poco, Pahud lasciava spegnere in un lungo e suggestivo pianissimo.

Altro è stato l’approccio di Daishin Kashimoto alla Sonata per violino e pianoforte di Debussy, affrontata con slancio e passione, con un bel vibrato – quasi un paradosso, vista la rarefazione timbrica e sentimentale di una pagina composta da un Debussy ormai malato pochi mesi prima della morte – e con un’intonazione quasi sempre immacolata. Impeccabile era il movimento finale, levigato da Kashimoto alla perfezione anche in virtù della presenza molto discreta di un pianista come Andsnes, un grande solista che all’occorrenza sa essere un camerista impareggiabile.

Una sorpresa si è rivelato il Quintetto op. 26 di Dohnányi, il secondo uscito dalla penna del compositore ungherese. Sembra immune dall’espressionismo e dallo sperimentalismo linguistico questa pagina del 1914, tutta immersa in un’atmosfera che diremmo brahmsiana se non, per certi passaggi armonici, addirittura mahleriana, una pagina percorsa dall’interno da un dolore soffocato, anche nel secondo movimento, un valzer cupo che stenta a prendere il volo, come un’immagine riflessa in uno specchio polveroso. Il Quintetto op. 26 si colloca insomma ancora nell’alveo dell’estetica tardoromantica, eppure non solo è un lavoro ben scritto ma è anche un lavoro originale e di grande intensità emotiva, nonostante le sue premesse estetiche non siano certo all’avanguardia. Questa intensità sembrava letteralmente esplodere nell’esecuzione ascoltata al Teatro degli Avvaloranti, in virtù dell’amalgama timbrico dell’insieme, del respiro del fraseggio, della concentrazione e dell’intesa tra gli interpreti, soprattutto nello sconvolgente finale, con il violoncello che attacca un tema di fuga, ripreso in ordine dalla viola, dal violino secondo e dal violino primo, una fuga che viene presto interrotta dall’intrusione improvvisa del pianoforte a cui è affidato un tema di corale per poi riprendere, come sospinta da un dolore lancinante, e quindi spegnersi in un rarefatto pulviscolo sonoro.

Il momento più alto di questa ricca serata cameristica è arrivato però con le tre sfuggenti e iper-raffinate Chansons Madécasses di Maurice Ravel, delle quali Ian Bostridge ha saputo cogliere con discrezione le più sottili sfumature in un’interpretazione di classe. Il folklore di Ravel è ingannevole, perché è sempre filtrato e sublimato, perfino in pagine come il Bolero o il Concerto in SOL per pianoforte. Anche i riferimenti esotici di queste tre Canzoni del Madagascar sono in realtà appena dei brividi a fior di pelle in una partitura tutta fatta di cenni e allusioni, con un linea vocale a volte ondeggiante tra il cantato e il parlato. La voce di Bostridge diventava uno strumento tra gli altri strumenti, anche perché Pahud, Christian Poltéra e Lucille Chung riuscivano a creare una suggestiva bolla timbrica in cui il tenore inglese poteva adagiarsi calibrando millimetricamente dinamiche e fraseggio, con la leggerezza raffinata e il distacco sentimentale di un dandy d’altri tempi, tra suggestioni timbriche di ogni genere (per esempio il dialogo iniziale tra il flauto e gli armonici del violoncello nella terza canzone) che il pubblico poteva cogliere fino in fondo in virtù dell’ottima acustica del Teatro degli Avvaloranti. Nel bis, anch’esso raveliano (La flûte enchantée da Shéhérazade), Bostridge ha dato una prova della sua straordinaria versatilità di interprete trovando un timbro più scuro e un fraseggio più sensuale, senza però che la pulizia e il controllo dell’emissione venissero mai meno.

Decisamente più leggere sono state le atmosfere del concerto all’aperto nel Piazzale del Granaio di Belvedere, a Castelluccio, su un collina poco sopra La Foce con vista sul Monte Amiata sullo sfondo. I francesi Nicolas Dautricourt e Pascal Schumacher e il norvegese Knut Erik Sundquist presentavano per la prima volta in Italia il loro progetto Porgy & Bess Revisited, alternando le più celebri songs di Porgy and Bess di George Gershwin ad alcune loro composizioni originali. Tutto in trascrizione, naturalmente, e tutto eseguito con garbo e con precisione, in un viaggio che era in primo luogo un’avventura timbrica, con il vibrafono di Pascal Schumacher a dare un tocco suggestivo e surreale. È stato un concerto piacevolissimo, in un cui la componente improvvisativa era ridotta al minimo – del resto nel jazz di Gershwin l’improvvisazione gioca un ruolo piuttosto marginale, perché tutto ruotava piuttosto su una fantasiosa invenzione sonora, come dimostravano i pizzicati del violino nella rielaborazione di Summertime e l’attacco di It ain’t necessarily so affidato al contrabbasso solo. Per finire, come bis, c’è stato anche un pizzico di virtuosismo, con una rielaborazione di Escualo di Astor Piazzolla.

Luca Segalla

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