Gli incanti di Savall e Marais alla Salle Favart

MARAIS Alcione L. Desandre, C. Auvity, M. Mauillon, L. Abadie, A. Abete, H. Bennani, H. Bayodi-Hirt, S. Monti; Le Concert des Nations, direttore Jordi Savall regia Louise Moaty coreografie Raphaëlle Boitel

Parigi, Opéra Comique, 4 maggio 2017

 

Generazione Marin Marais. Era il 1991, un quarto di secolo fa, quando la viola di Jordi Savall faceva scoprire al mondo – complice Tous les matins du monde, blasonata pellicola di Alain Corneau – la vita di Monsieur de Sainte-Colombe e del suo unico allievo, Marin Marais, che al suo strumento, la basse de viole o viola da gamba, aveva dedicato cinque libri di Pièces di circostanza. È da quell’epoca che Savall coltiva il desiderio di riprenderne il capolavoro teatrale, quell’Alcione che, il 18 febbraio 1706, ne aveva certificato una notorietà ormai inattaccabile. Alle soglie dei cinquant’anni, infatti, Marais era subentrato ad André Campra come batteur de mesure dell’Académie royale de musique, e la sua tragédie en musique, liberamente ispirata all’undicesimo libro delle Metamorfosi di Ovidio, celebrava la riconquistata pace con Roma, siglata da Luigi XIV sotto gli auspici di Madame de Maintenon e dell’abate Bossuet. La storia degli Alcioni, uccelli mitologici che vegliano sulla pace e la prosperità dei mari, è stata scelta per un’occasione tanto preziosa quanto attesa, la riapertura della Salle Favart dopo venti mesi di lavori di ristrutturazione, che ne hanno restituito la funzionalità, oltre all’intatto splendore. Assente dalle scene parigine dal 1771, Alcione ha recuperato dunque una pagina dimenticata del repertorio del grand siècle e, al tempo stesso, ha riaperto il sipario di un teatro, che più di altri è consapevole della sua missione storica nel panorama francese.

C’era ben poco di encomiastico, tuttavia, nell’ispirato allestimento firmato da Louise Moaty: che invece metteva a nudo il palcoscenico stesso e la sua straordinaria machina scenica, esaltata dagli elementi di decorazione firmati da Tristan Baudoin e, soprattutto, dalle luci filtrate, radenti di Arnaud Lavisse. Sul piancito sono accatastate casse e bauli, attrezzeria e velari, corde, contrappesi e pulegge: memoria d’antichi splendori, frammenti grazie ai quali dar vita a un mondo di uomini e dei, di palazzi templi e distese marine (alla prima disegnati dal mitico Jean Bérain) che qui rivivono grazie a un manipolo di acrobati e circensi, scatenati tra cielo e terra, in questo mondo e nell’altro. Volano e guizzano e s’impennano, ma le coreografie di Raphaëlle Boitel (un passato a contatto con il nouveau cirque di Annie Fratellini e James Thierrée) s’incaricano al tempo stesso di restituire gestualità ed espressività della danza barocca, fino alla chaconne finale in cui le onde del mare ristabiliscono l’ordine sotto l’occhio benevolo di Neptune. È uno spettacolo asciutto e rigoroso, ma capace di trasmettere stupore ed emozione sin dal primo confronto tra le divinità del prologo, Pan e Apollon, fino a una suggestiva immagine del Sommeil, il dio del sonno disteso su un letto in prospettiva verticale che non può non ricordare Ronconi e Pina Bausch, ma che qui è attorniato da papaveri, simboli dell’oblio. Scava tra le pieghe del mito, la Moaty, e nel libretto di Antoine Houdar de La Motte scopre inusitati punti di contatto con la drammaturgia shakespeariana: prendendo spunto dalla scena più celebre dell’opera, quella Tempesta che sconvolge anime e destini, assimila il perfido Phorbas e la sua complice Ismene agli spiriti di Caliban e Ariel, inquieti e inquietanti abitatori di un’altra isola mediterranea.

Per questa via Alcione diventa opera d’arte totale, intrigante punto di sutura tra la tradizione tragica seicentesca e la nuova attenzione – tutta settecentesca – per l’opéra-ballet, in cui entrées e divertissements perfettamente si integrano nella frastagliata struttura narrativa del dramma. E tutto questo si riflette nella ricerca di Jordi Savall, che alla guida del suo Concert des Nations firma una prova che sarebbe opportuno definire commovente, frutto di un’intera esistenza spesa per addentrarsi nella fervida scrittura di Marin Marais. Savall sceglie una compagine ridotta, rispetto a quella originaria; ma se da un lato potenzia il petit chœur, cui compete il basso continuo, dall’altro accentua l’aspetto più scuro, arcano e misterioso della partitura, privilegiando il colore scuro del contrabasso (per la prima volta menzionato in un’opera francese) come delle percussioni, che potenziano l’eloquenza delle pagine più scopertamente descrittive. Ma suscita autentica meraviglia il lavoro condotto con i cantanti, chiamati a rendere giustizia a un declamato di eccezionale impatto espressivo: basti prestare attenzione alla varietà di soluzioni esperite per l’ornamentazione, che non si limita mai ad avere mera funzione decorativa, ma traduce intimi sussulti, tutto un gioco di dinamiche e di articolazioni destinato a restituire la sorgiva naturalezza del discorso musicale.

L’intera distribuzione si integra perfettamente con questo indirizzo: ma meritano almeno una menzione il corrusco Phorbas di Lisandro Abadie, che qui incarna una sorta di Jago in sedicesimo; e il limpido Ceix di Cyril Auvity, che si conferma hautecontre tra i più avvertiti del panorama internazionale. La palma dei migliori spetta tuttavia al Pélée di Marc Mauillon, che sin dalla sortita («Trop malheureux Pélée», quasi una forma d’eco tormentata all’«Atys est trop heureux» del capolavoro di Lully) perfettamente padroneggia la transizione tra i diversi registri espressivi del personaggio; e soprattutto all’Alcione della promettente Lea Desandre, ancor più giovane della prima interprete, la ventiquattrenne Marie-Louise Desmatins, ma che già restituisce alla figlia di Eolo fierezza e dignità, slancio e umanità, l’aristocratica eleganza di un fraseggio che rende indimenticabili tanto l’aria ‘d’ombre’ del quarto atto, quanto la follia dell’ultimo. Così sussume e riassume, Marais e la sua Alcione, il repertorio di forme elaborato dall’opera di Lully: e nel restituirgli nuova vita Savall lo ammanta di quella patina di malinconia, che ci ricorda di quale materia sono fatti i suoni.

Giuseppe Montemagno

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