Giovani talenti sul Lago Maggiore

PACHELBEL Chaconne in fa P. 43 ALBENIZ Asturias ANGELIS Romance PUSCKARENKO Skify the XX Century VOYTENKO Revelation BUSSEIL Interludio et Danze SEMIONOV dalla Sonata n. 1: III tempo fisarmonica Lorenzo Albanese

Sesto Calende, Oratorio di San Vincenzo, 12 agosto 2018 

GRANADOS Goyescas pianoforte Viviana Lasaracina

Lesa, Chiesa Parrocchiale di San Martino, 14 agosto 2018

BEETHOVEN Sonata in do op. 102 n. 1 SCHUMANN Adagio e Allegro in MI bemolle op. 70 DEBUSSY Sonata in re BRITTEN Sonata in DO op. 65 violoncello Haruma Sato pianoforte Naoko Sonoda

Arona, Cortile di Casa Usellini, 16 agosto 2018

LagoMaggioreMusica ha ventiquattro anni e quasi non li dimostra. Molti dei protagonisti del cartellone sono infatti giovanissimi e ogni estate tra la sponda piemontese e la sponda lombarda del Lago Maggiore si respira aria nuova. La rassegna della Gioventù Musicale d’Italia ospita da sempre talenti in erba e vincitori di grandi concorsi internazionali, quasi tutti under 30 e qualcuno poco più che ventenne. È il caso del fisarmonicista Lorenzo Albanese, ventunenne calabrese con un talento da vendere e un temperamento da concertista navigato, esibitosi nel minuscolo Oratorio di San Vincenzo a Sesto Calende. Lorenzo si è conquistato un posto nel cartellone di LagoMaggioreMusica vincendo l’Amadeus Factory, il primo talent scout della musica classica, pensato dalla Gioventù Musicale d’Italiana e dalla rivista Amadeus sul modello dei talent show televisivi e riservato agli allievi più meritevoli dei conservatori italiani. Il concorso prevedeva una prima selezione su internet, dove ogni concorrente postava i suoi video (sono stati quasi 8.000 i voti), quindi due successive selezioni con una giuria composta da membri sotto i quaranta anni. Lorenzo Albanese – capiamo come possa essersi affermato davanti al pubblico di internet – è un musicista di grande forza comunicativa, capace con la sua fisarmonica di divertirsi e di divertire il pubblico. All’inizio del recital ha esibito un ottimo legato e un bel controllo del fraseggio nella trascrizione della Chaconne di Pachelbel, quindi ha dato prova del suo virtuosismo con una scintillante esecuzione di una trascrizione di Asturia di Albeniz per poi proporre alcune pagine novecentesche originali per fisarmonica, culminanti con l’ipervirtuosistico terzo movimento della Sonata n. 1 di Vyacheslav Semioniov e il suo travolgente ostinato in ritmo sincopato. Mostra di avere del virtuosismo, Lorenzo Albanese, ma soprattutto mostra di saper dominare la scena con grande autorevolezza e senso dello spettacolo – una sorta di Lang Lang della fisarmonica – come del resto rivelava la sapiente costruzione del programma e come hanno rivelato i tre frenetici bis strappa-applausi, una trascrizione della colonna sonora de La vita è bella, un Largo al factotum rossiniano suonato a velocità folle e infine un’irresistibile Marcia di Radetzky.

Più introversa e riservata è apparsa la trentenne Viviana Lasaracina, che per il suo recital nella Chiesa di San Martino a Lesa ha scelto un programma non comune e non facile sia per l’impegno virtuosistico sia per la concentrazione richiesta all’ascoltatore, l’integrale delle Goyescas di Enrique Granados. Buona tecnica, molta attenzione al suono e un fraseggio bel levigato, sostenuto da un attento uso del pedale e dalla volontà di distinguere dinamicamente i diversi strati sonori della complessa scrittura di Granados. Delle Goyescas Viviana Lasaracina ha saputo mettere in luce la segreta forza ritmica che anima ogni brano, trovando d’altro canto sonorità trasparenti e terse alle quali purtroppo non facevano un buon servizio l’acustica piuttosto confusa della Chiesa di San Martino e le precarie condizioni del pianoforte messole a disposizione. Sempre leggera ed elegante nei passaggi virtuosistici (anche nel bis, la Danza rituale del fuoco di Manuel de Falla), delicata nel fraseggio e diabolica nel dare un colore sinistro alla lugubre citazione del motivo del «Dies Irae» nella Serenata del espectro, Viviana Lasaracina sembrava però restia a abbandonarsi fino in fondo alla sensualità latente della musica di Granados, in un’interpretazione alla quale qualche abbandono in più avrebbe giovato.

Grande impressione ha suscitato il ventenne giapponese Haruma Sato, fresco vincitore del prestigioso concorso Lutosławski di Varsavia, musicista già maturo nella tecnica e nell’espressione musicale, come ha subito rivelato l’attacco, dolce e cantabile, della Sonata op. 102 n. 1 di Beethoven. Ha un suono piccolo Haruma Sato, un suono ancora da arrotondare e da rinforzare, ma ben timbrato, elegante e quasi sempre intonato. Manca ancora un poco di incisività nel fraseggio, però a Lesa ha mostrato di saper dialogare bene con la sua partner, una Naoko Sonoda che è un’accompagnatrice pianistica di classe e di esperienza. La medesima dolcezza della cavata si ritrovava nell’Adagio e Allegro op. 70 di Schumann (la versione originale è per corno e pianoforte, ma lo stesso compositore aveva previsto il violino o il violoncello come alternative allo strumento a fiato), anche se nell’Allegro il giovane violoncellista giapponese non è sempre apparso a suo agio. È stata invece ben risolta la difficile e umorale Sonata che Benjamin Britten compose tra il 1960 e 1961 niente di meno che per Mstislav Rostropovich. Non solo il violoncellista giapponese si è destreggiato senza la minima esitazione tra armonici e quadruple corde e con un’intonazione sempre impeccabile (non lo era in Beethoven e Schumann), ma ha anche saputo rendere tutta l’incredibile gamma di sfumature dinamiche del lavoro. È però nella scarna e trasparente Sonata di Debussy che Haruma Sato sembrava davvero trovarsi nel suo elemento naturale, sfruttando la naturale ritrosia verso ogni eccesso di sentimento e la leggerezza del colpo d’arco per fraseggiare con lucido distacco sentimentale e una nobile eleganza, sempre ben assecondato al pianoforte da Naoko Sonoda.

Luca Segalla

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