Giorgio Gualerzi, il gentiluomo sorridente

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 20 luglio si è spento a Torino, dove era nato il 7 dicembre 1930, Giorgio Gualerzi. Nella città piemontese aveva sempre vissuto, compiendovi gli studi e iniziando a sviluppare, giovanissimo, quelle esperienze di ascoltatore che lo avrebbero destinato ad essere una delle figure di riferimento nel campo della critica della vocalità e della storia del teatro lirico, grazie a una poliedrica e intensissima attività portata avanti per sessant’anni. Non è esagerato dire che il suo nome è ben noto oggi agli appassionati d’opera di ogni generazione, così come agli studiosi e ai musicologi, in Italia e non solo. Per chi, come me, iniziava a formarsi in tale campo tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, così come per molti altri, fu innanzitutto la radio a farlo conoscere. «Le grandi voci del passato» e «Le grandi voci del microsolco» si intitolavano le 36 trasmissioni con le quali, tra il 1966 e il 1967, Gualerzi si impose come un autentico guru del canto lirico, un formidabile divulgatore, capace di guidare la comprensione delle esecuzioni proposte con il supporto di un sintetico e rigoroso quadro storico-critico, illustrato senza accademismi sul canale “nazionale” (e non, dunque, nella nicchia colta della terza rete). Gualerzi a quel tempo collaborava a riviste quali «Musica e dischi», era stato tra i redattori dell’importante dizionario «Le grandi voci» (1964) e realizzava ponderosi saggi per l’Istituto di studi verdiani di Parma. La possibilità di sfruttare al meglio le potenzialità di un media allora all’apice, per portare la cultura della vocalità da un contesto specialistico ad un pubblico più vasto, fu intuizione felice che segnò una svolta, aprendo la strada a molte «varianti» sul tema, sempre più fortunate. Nel 1970 gli si affiancò il più anziano Rodolfo Celletti per la serie «Albo d’oro della lirica», subito un must per i melomani. La coppia era perfetta, con il sapiente tecnicismo del più serioso Celletti ad integrarsi benissimo con la sensibilità per la dimensione interpretativa e la prospettiva storica proprie di Gualerzi, condite da una ormai consumata e brillante comunicativa. E così, le voci, ad esempio, di José Mardoñes o Maria Galvany fecero la loro comparsa la domenica sul secondo canale, in un palinsesto che presentava «Il gambero», «La corrida», «Gran Varietà». La fase radiofonica procederà fino alla seconda metà degli anni ’70, concentrandosi maggiormente sugli interpreti moderni, con programmi quali «I Vip dell’opera» (sempre con Celletti), «I protagonisti», «Voci in filigrana» e molti altri ancora tra i quali merita di essere ricordato almeno il monumentale ciclo di 14 trasmissioni dedicate a Maria Callas appena scomparsa. Naturalmente, a far conoscere Gualerzi furono anche gli scritti, come firma costante del «Radiocorriere TV», di svariate riviste del settore (tra queste, «Discoteca Hi-Fi», «Opera» inglese), di quotidiani («Stampa Sera») e periodici (lunghissima la sua presenza su «Famiglia Cristiana»). Quanto alla collaborazione con i teatri italiani, grandi o piccoli, non si contano davvero i suoi apporti saggistici sui programmi di sala, dove in genere la ricerca d’archivio e cronologica (con il supporto fondamentale dell’indimenticabile Carlo Marinelli Roscioni) faceva da base all’analisi e alla riflessione. Infine, non si può trascurare il Gualerzi instancabile promotore di dibattiti, incontri, manifestazioni. Dotato di una memoria proverbiale (non solo in campo lirico ma anche in quello storico e calcistico, le altre sue grandi passioni) e di una coscienza e un rispetto forti per i valori del passato, non dimenticava ciò che meritava di essere tenuto vivo. Artisti e ricorrenze importanti della lirica grazie a lui erano oggetto di iniziative volte a ricordarli, ma sempre con taglio critico e mai agiografico o banalmente celebrativo. Sotto tale profilo, era unica la sua capacità di individuare, coinvolgere ed aggregare coloro che, a seconda del caso, potevano fornire contributi pertinenti. Con l’aggiunta di uno spiccata propensione allo scouting di nuove leve della critica da incoraggiare e sostenere. Per decenni, nell’ambito del Regio di Torino, l’appuntamento del mercoledì pomeriggio fu imperdibile per una numerosa schiera di appassionati. L’attenzione per le nuove voci non era però in lui meno forte. Basterebbe a dimostrarlo la partecipazione alle giurie di premi importanti, a cominciare da quello televisivo che nel 1971 incoronò meritatamente Katia Ricciarelli, per arrivare da ultimo alle molte edizioni della «Siola d’oro» di Gatteo a Mare in omaggio alla Pagliughi e del «Premio Opera Città di Mondovì», animato con Bruno Baudissone. Inevitabile, in così frastagliata operatività, lo spazio ridotto per pubblicazioni di respiro più ampio, comunque di rilievo, quali «50 anni di opera lirica alla Rai 1931-1980» (con Marinelli Roscioni, ERI 1981) e «Momenti di gloria», storia del vecchio Regio di Torino (Daniela Piazza, 1990). A chi gli avesse chiesto quali fossero stati i suoi maestri, avrebbe risposto indicando, su tutti, il nome del grande Eugenio Gara, che volle conoscerlo avendone letto su «Musica e dischi». Al di là dell’eccezionale competenza, per lui un modello ineguagliato di ironia, oltre che un testimone diretto, uno che aveva pur sempre sentito Bonci e Caruso, scrivendo su quest’ultimo una biografia che considerava insuperata nel genere. E, al pari di Gara, Gualerzi non difettava di onestà intellettuale. Anzi, esprimere le sue opinioni senza fronzoli, anche se scomode o non di tendenza, era sua abitudine, spesso col gusto per la battuta pungente, così come era disposto a cambiarle, di fronte ai fatti. La schiettezza e la disponibilità, cordiale e semplice, verso tutti erano altri suoi tratti peculiari. Tutta torinese era l’attitudine paziente alla documentazione rigorosa, ma alle radici emiliane poteva esser fatto risalire un amore per il melodramma che non cercava di depurare della sua componente popolare, ritenendo piuttosto che dovesse essere accompagnata, nelle evoluzioni del gusto, dalla conoscenza dei valori autentici del canto e, quindi, dalla memoria. L’ultima volta che lo vidi, nel giugno scorso (ci conoscevamo dal 1973), gli chiesi quale fosse, nella sua lunga vita, l’esperienza di ascolto non vissuta ma più desiderata. La risposta fu pronta: «Lauri Volpi nel Trovatore». Verdi, dunque, forse l’autore più amato. Ma senza filologia, con il do di petto e un tenore da mito come pochi altri, quasi a non smentire se stesso facendomi pensare, inevitabilmente, al titolo di due delle sue lontane inimitabili rubriche.

In un’epoca sempre più concentrata sul presente, con Giorgio Gualerzi è davvero tutto un mondo ad essersene andato. Io lascio, ma solo materialmente, un mentore ed un amico prezioso ed unico, che saluto con riconoscenza ed affetto.

Giorgio Rampone

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