Francesco Pennisi e la musica contemporanea italiana

A vent’anni dalla scomparsa del musicista siciliano, ecco un ricordo del suo parente, e nostro collaboratore, Giuseppe Pennisi

Francesco Pennisi

Nella ricorrenza della morte prematura di Francesco Pennisi (1934-2000) erano stati organizzati vari eventi per ricordarlo. La pandemia li ha spazzati via tutti, anche la serata del 14 novembre al Teatro Palladium di Roma È rimasto in programma l’incontro, il 31 ottobre, che Alessandro Solbiati, farà al GAM di Firenze su Carteggio — sarà trasmesso in diretta su Facebook e poi su YouTube — e il 7 e 8 novembre alle ore 9 su Radio Rai Tre, con una selezione di sue musiche.

Francesco Pennisi è stato, oltre che compositore, pittore e poeta. Accademico di Santa Cecilia e della Filarmonica Romana, è stato uno dei fondatori dell’Associazione di musica contemporanea «Nuova Consonanza». Uno dei suoi ultimi lavori per il teatro in musica, rappresentato a Palermo ed a Roma, fu su libretto di Calvino e scene di Guttuso — una indicazione della sua vastità culturale nel mondo delle arti.

Francesco Pennisi è nato a Acireale da una famiglia siciliana cultrice delle arti. Ha praticato fin dalla giovinezza la musica e la pittura. Anche quando la sua vocazione compositiva ha assunto caratteri di definitività, egli ha tuttavia continuato a dipingere e soprattutto a disegnare, senza peraltro molto concedere nelle sue partiture a “grafismi” interni. Nel 1953, dopo gli studi liceali, si è trasferito a Roma dove ha frequenta l’università ed iniziato a studiare composizione con Robert Mann. Nel 1962 esordisce alle “Giornate della nuova musica” di Palermo con L’anima e i prestigi per contralto, tromboni e percussione, e subito dopo diviene uno dei principali promotori dell’Associazione «Nuova Consonanza». Anno dopo anno, le sue opere vengono sempre più eseguite in numerosi centri e festival italiani e stranieri (Festival di Royan, Hilversum, Biennale di Venezia, Festival Pianistico di Brescia e Bergamo, ecc.).

Dopo aver vissuto con attenzione, ma anche con sottile distacco e riserbo, le vicende delle avanguardie musicali europee e americane degli anni ‘50 e ‘60, Pennisi è perve­nuto a una raffinata scrittura personale nella quale sembrano da tempo confluire e perfettamente saldarsi suggestioni stilistiche diverse: la fluidità del suono debussyano e la parsimonia di Webern, certi “gesti” fonici e formali di un Ives (e persino, marginal­mente, di Cage), e la “libertà vigilata” delle figure musicali dell’ultimo Petrassi, con le loro geometrie nascoste. Ha scritto Mario Messinis: “Francesco Pennisi persegue una via solitaria e silenziosa che sfugge a qualsiasi sommaria classificazione. […] Dove si colloca questo siciliano che elabora come un orafo i propri materiali e li imbriglia in strutture nitidissime, tuttavia sempre aperte sul mondo dell’irrazionale? […] Questo artista costruisce miniature ordinate, che paiono conchiuse in se stesse, ma che poi si accendono di riflessi illusori, come specchi semoventi che annullano, di momento in momento, una realtà solo apparentemente definita. […] Il mondo di Pennisi è inac­cessibile, delicatamente sfingeo, pagine aeree che librano nel vuoto”. I suoi lavori sono pubblicati da Casa Ricordi, Suvini Zerboni e Edipan. «Nuova Consonanza» gli ha dedicato un libro.

La parentela tra me e lui è abbastanza complicata, in quanto nipoti di cugini doppi. La differenza di età (circa nove anni) ha reso difficile la frequentazione da ragazzi, tanto più che io andavo in Sicilia solo per le vacanze. Ci siamo frequentati solamente dopo il mio rientro in Italia dagli Usa, a 40 anni di età. A un anno dalla sua scomparsa, nell’arco di pochi giorni, le sue alchimie musicali hanno ripreso a risuonare con tutta la loro delicatezza e raffinatezza in un recente festival di «Nuova Consonanza» dedicato alla «Scuola Romana» della seconda metà del Novecento ed in una serata in gran parte a lui dedicata dall’associazione «Musica d’Oggi» dell’Università di Roma Tor Vergata, nonché più recentemente nel festival estivo dell’Accademia Filarmonica Romana del 2018 Nel 2001 «Nuova Consonanza» gli ha dedicato sette concerti al Goethe Institut e la messa in scena di un’opera al Teatro Olimpico.

Ingegno poliedrico, Francesco Pennisi ha lasciando una consistente produzione; oltre alle scene per le sue opere Sylvia simplex e Descrizione dell’Isola Ferdinandea ha pubblicato due libri, Deragliamento e Paesaggi di memoria inattendibile, nonché le illustrazioni per Giona e il Leviatano di Giacoma Limentani.

I “Tre pezzi per clarinetto, viola e pianoforte”

Partito da posizioni vicine alla Seconda Scuola di Vienna, si avvicinò in seguito a numerose alcune correnti della musica del Novecento, quali il serialismo, per approdare abbastanza presto (ovvero a metà circa degli anni Sessanta) ad un linguaggio molto personale, dove il timbro diventa il parametro di primaria importanza. La sua scrittura fu sempre molto raffinata, con combinazioni armoniche. Il suo esordio compositivo vero e proprio avvenne a Palermo nel 1962, con il brano L’anima e i prestigi; nel 1970, la sua musica appare per la prima volta alla Biennale di Venezia dove la sua composizione A Cantata on Melancholy è stata diretta in prima assoluta da Bruno Maderna. Da allora è iniziata una carriera internazionale che ha influenzato giovani compositori non solo in Italia ma anche in Francia, Germania, Benelux e Svizzera (come attestato da premi europei).

Sylvia Symplex, rappresentata alla Biennale di Venezia, nel 1972 è la sua prima opera teatrale. Al 1972 risale anche il suo secondo lavoro teatrale, Descrizione dell’Isola Ferdinandea, la celebrazione di un evento storico avvenuto nel primo Ottocento, ovvero l’emersione, ed il conseguente inabissamento di un’isola verificatisi tra Sciacca e Pantelleria nel 1831. Ne L’esequie della luna, rappresentata la prima volta alle Orestiadi di Gibellina nel 1991, la metafora della caduta della luna diventa un tema per differenti riflessioni sul tramonto di una civiltà. Tristan (1995) opera commissionata dalla Biennale di Venezia e dal Teatro Comunale di Bologna si basa su un testo ermetico (e di avanguardia) del poeta Ezra Pound, rimasto inedito fino al 1987, mentre Nox Erat, melologo per voce recitante e orchestra su testi tratti dall’Eneide, è uno dei suoi ultimissimi lavori ed è stato rappresentato postumo al Teatro Ponchielli di Cremona ed al Maggio Musicale Fiorentino. Notevole rimane pure la sua produzione di musica da camera, di musica orchestrale e vocale sino a L’ape iblea su testo di Vincenzo Consolo. Tra i suoi ultimi lavori, come già detto, La Foresta, Radice, Labirinto, su libretto diItalo Calvino, rappresentato a Palermo ed a Roma con le scene di Renato Guttuso.

Era un autore schivo; a differenza di altri musicisti contemporanei non ha accettato una cattedra di conservatorio. Curava, però, i giovani insegnando loro individualmente le nuove frontiere e delle esperienze foniche e della vocalità; per questo accorrono in tanti al festival in suo onore. Era un autore internazionale non solo perché coniugava parola, pittura e musica ma anche in quanto allievo di un americano aveva raccolto i suoi massimi successi in Germania. Era, però, rimasto interiormente e musicalmente siciliano, non soltanto per i temi trattati (pure quando erano su testi di Yeats) ma soprattutto per il flusso continuo dell’acqua che si avverte in tutte le sue composizioni, una fluidità quasi belliniana, dei fiumi interrati dalla lava dell’Etna (innanzitutto il mitico fiume Aci) ma che da sotto le scogliere nere arrivano al Mar Jonio.

Giuseppe Pennisi

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