Ho appena comperato l’attesissimo libro di Rattalino, che insieme alla fondamentale storia del pianoforte e alle monografie sui pianisti che viene via via pubblicando (e dove confesso che non sempre riesco a seguirlo) costituisce la Summa Musicologica sullo strumento. Considero “Musica” uno strumento fondamentale per la crescita della mia cultura musicale, e Rattalino è da sempre, con il suo stile chiaro, piacevole, sempre interessante e mai pomposamente dottoresco, una delle componenti fondamentali della rivista. Dopo una piccola delusione nel non trovare una scheda sulla seconda sonata di Boulez, che io adoro (davvero è più importante nella letteratura pianistica Julius Reubke di Boulez per il solo fatto che il primo è morto e il secondo ancora in vita? Ma del resto l’autore ammette nella prefazione che questa esclusione è un po’ paradossale. Pazienza…., per fortuna c’è la Concord di Ives), da zelante fedele del verbo bachiano mi sono precipitato a leggere le pagine dedicate al Cantor Maximus. Mi hanno colpito queste considerazioni sulle Goldberg:
…..come si possono presentare al pubblico, in concreto, lavori che erano stati pensati per esecuzioni private? Come si possono unire le mille o le millecinquecento persone nell’ascolto di opere pensate per un pubblico di due, tre o, al massimo, di dieci ascoltatori? Pag 39
…quanti ascoltatori riescono a distinguere auditivamente le variazioni ordinarie e le variazioni a canone? E, di conseguenza, quanti riescono a capire l’articolazione della forma, oggetto di evidente e gelosa cura da parte di Bach? In conclusione, quanto è utile, un ascolto ritualistico? Pag.40
Conosco questa musica da una vita e fin dei primi ascolti l’ho sempre seguita con lo spartito sotto gli occhi per tentare di capirne il più possibile tutte sfumature. Ho letto libri ed analisi dedicati a questa composizione, mi sono pure fatto uno schema riassuntivo nel tentativo di capire a fondo le finezze della forma. Credo ormai, pur rimanendo nell’ambito di un modesto appassionato, di non avere difficoltà durante l’ascolto a distinguere “le variazioni ordinarie e le variazioni a canone”, di riuscire a collocare le singole variazioni nello schema generale, anche se sicuramente non posso aspirare a raggiungere le vette di trascendenza a cui può accedere chi dispone di un bagaglio di conoscenze esoteriche sul contrappunto. Tuttavia mi sembra che tutto ciò non abbia aggiunto nulla al godimento intenso che questa musica mi da ogni volta che la sento sia in una registrazione (le colleziono sistematicamente comprese le trascrizioni per arpa, trio, organo, comprerei pure quelle per ocarina se uscisse...) che in concerto dove ho avuto la fortuna di sentire più volte questo capolavoro, sia nella realizzazione pianistica in teatri con numeroso pubblico, che nell’originale clavicembalistica in piccole sale con poche decine di persone.
Ho sempre considerato la capacità dei grandi di offrire la bellezza a tutti, dai più bassi livelli di ascolto a quelli più elevati, come l’essenza stessa di ciò che li rende grandi. Avanzare questo dubbio sulle Goldberg mi sembra come voler ridurre la grandezza di “classico” di Bach, quasi fosse uno degli aridi compositori contemporanei che si possono accostare solo con un trattato teorico di istruzioni per l’uso della loro musica. Non mi sembra che l’effettiva devozione (un ascolto ritualistico) con cui il pubblico di cui ho fatto parte nelle diverse occasioni stava in silenzioso ascolto possa derivare da un atteggiamento snobistico di chi partecipa ad “un evento”, come oggi va di moda dire. La composizione è lunga e l’ascolto comunque impegnativo. Impedisce forse il godimento della “Disputa del S.Sacramento” di Raffaello nelle stanze vaticane il non essere a conoscenza del complesso schema teologico sotteso, o la poca dimestichezza con la filosofia neoplatonica che la ispira impedire l’ammirazione la Primavera di Botticelli? E’ dunque indispensabile poter distinguere una variazione a canone da una ordinaria per godere delle Goldberg? Che ne pensate?
