Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi Mode » 11/02/2009, 11:16

Caro Fulvio, cari Amici,

sebbene l'emozione sia un fatto soggettivo, legata al gusto personale, non avrei saputo trovare migliore metafora della tua per descrivere la differenza intercorrente tra il canto lirico ed il canto leggero.

Riporto il passo:

E' anche vero quel che mette in evidenza Vito, ovvero che, nel caso della musica lirica il cantante si trova ad "indossare" più panni contemporaneamente:
La categoria vocale (ad.es.il tenore), la qualifica interna alla sezione (es. tenore "di grazia") e l'interpretazione di un personaggio (es.nemorino).
In altre parole il cantante lirico è sostanzialmente una "Matrioska vocale" ovvero un personaggio, con dentro una caratteristica vocale, con dentro un tenore, con dentro un cantante. E tutto questo dev'essere affrontato con naturalezza e disinvoltura, senza far trasparire difficoltà alcuna al sorreggere tanto "scafandro".

Tutto diverso nella vocalità "leggera" o jazz, dove il cantante è il meno "vestito" possibile e che rende possibilie a questi generi musicali una maggiore popolarità e fruibilità.

Alla fine però - io mi domando - l'emozioni che entrambi i tipi di vocalità sanno trasmetterci non è sostanzialmente affine?
Non sono due metodi opposti (un fatto col "mettere", l'altro col "togliere") per arrivare al medesimo risultato?


Ho sempre ascoltato molta musica, senza distinzione di categoria, esclusivamente basandomi sulla qualità della stessa (pur nell'ambito del rispettivo genere) e su quello che essa può trasmettermi, comunicarmi.

Così ho trovato cantanti scialbi e/o insopportabili in ogni dove, insieme con grandi talenti e veri fuoriclasse. Certo: nelle mie vene, scorre la musica classica, che è il mio grande amore, ma ho sempre frequentato anche gli altri generi, jazz e rock in testa, poichè trovo che, sul piano vocale, vi sia molto da scoprire, anche in ambiti diversi.

La stessa cosa credo di potere sostenere con riguardo alla musica strumentale, sempre al di là dei generi e lontano dalle classifiche. Anche qui il Jazz ha avuto i suoi grandi strumentisti: Charlie Mingus, John Coltrane, Coleman Hawkins, Charlie Parker, Duke Ellington, Louis Armstrong, Dizzie Gillespie, Miles Davis, Chet Baker, Eric Dolphy etc.

Tuttavia, come a suo tempo discusso con Vito (v. 3d "diritto di critica"), in ambito vocale (diversamente da quanto accade in ambito strumentale), può accadere che un cantante possa "emozionare" e "piacere" al pubblico (ed anche a certa critica!) utilizzando una tecnica vocale errata (lo si diceva con riguardo a Mario Del Monaco). A parte le ricordate imprecisioni di Cortot in Chopin e Schnabel in Beethoven, questa imprefezione strumentale parebbe funzionare solo al di fuori della musica classica (ad es. nel Jazz, dove vi è libertà maggiore, rivestendo l'improvvisazione un ruolo centrale).

In altri ambiti (Jazz, Rock-Pop, Country etc.) vigono, infatti, leggi estetiche diverse, per cui un suono atecnico, impreciso, strillato, sussurato, improvvisato, cupo, ingolato, sporco, gutturale o affossato può risultare adatto al genere (si pensi alla truce vocalità heavy metal, ad es.); questo rende impossibile un accostamento tra generi "in termini di valore assoluto" perchè, spesso, ciò che va bene ed è adatto in un ambito, non lo è nell'altro. Il tutto, senza pregiudizio alle emozioni che la musica (tutta la musica) può trasmetterci.

A questo punto, potremmo, se volete, aprire un thread sul parallelo tra i generi, magari soffermandoci sugli artisti più tasversali. Sarebbe interessante ricercare i punti di tangenza / similitudine oltre alle differenze.

Cari saluti.
Mode
 
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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi Vito » 12/02/2009, 15:26

Pensate che nel Jazz esiste la Blue Note, cioè una nona nota (si fa per dire) che consiste nel portamento strisciato discendente a partire dalla nota data: un'effetto bellissimo del jazz e decisamente caratteristico.

Non metterei nella differenza tra Jazz e classica l'improvvisazione: tutta la musica classica strumentale vive, fino a tutto il classicismo compreso, della variazione nei ritornelli. Anzi oserei dire che tutta la musica occidentale "colta" si basa sul concetto di variazione. Pensiamo anche all'improvvisazione delle cadenze, che nel settecento e nell'ottocento come anche rpecedentemente non era come oggi (ogni interprete scrive/sceglie delle cadenze e se le porta dietro per anni) ma prevedeva una vera e propria improvvisazione momentanea, diversa di esecuzione in esecuzione, quindi. Stesso dicasi per la musica operistica. Mozart ed Haydn non variati diventano (o meglio possono diventare) estremamente noiosi, ma stesso dicasi per tutta la musica settecentesca. Eseguire Handel senza variazioni vuol dire dimezzarne le capacità espressive.

Mi permetto di aggiungere a quello che dice Fulvio: non molta ma tutta l'opera italiana fino al Verdi dei Vespri Siciliani compreso ha parti vocali scritte ad personam, sulla base del cantante utilizzato per la prima rappresentazione. Quando a questa norma si verifica eccezione è perché il compositore, non disponendo di un nome certo o di un nome famoso per la rappresentazione, scriveva parti di caratteristiche generiche (diciamo così) che poi veniva accomodata con puntature e variazioni in sede di prove.

Io penso veramente che oggi sia possibile che cantanti non dotati di risorse tecniche sufficienti riescano a diventare famosi e apprezzati perché oggi in molti strati di pubblico non si conosce più la differenza stilistica tra canto lirico e canto pop/jazz, oltre al fatto che la fama del cantante è legata molto anche al suo carisma scenico, che è cosa molto difficilmente riproducibile attraverso il disco (ovviamente!) ma anche attraverso riprese filmate. Il cantante lirico è prima di tutto strumento vocale nell'opera (è in grado di eseguire e valorizzare delle difficoltà vocali), almeno fino alla seconda metà dell'ottocento e certamente nell'opera italiana tutta. Ma chi oggi ascolta il canto rock non lo valuta certo in termini di valore strumentale. A questo, ne sono convinto, si è sovrapposta la vocalità verista diffusasi tra fine 19° e inizio 20° secolo, che subordinava molte necessità strumentali del canto alla "generosità" dell'estetica verista. E poi ci sono i prodotti di agenzia: oggi l'azienda discografica scrittura il cantante che DEVE essere grande cantante, e che a colpi di critici ossequienti, battage pubblicitario, imposizione del cantante ai teatri, abilità di marketing diventa famoso e benpagato essendo magari cantante mediocre, se non a volte cattivo. Io non potrei dire che Villazòn o la Netrebko siano dei pessimi cantanti, ma se la Deutsche Grammophon non li pubblicizzasse e non ce li propinasse in questo indegno modo e con questa insistenza probabilmente li considereremmo, come sono, dei buoni cantanti e nulla più. Ed invece sono raffigurati come dei fuoriclasse. Potere del marketing e dell'immagine, sicuramente.

Ciao
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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi F.PELETTI » 12/02/2009, 16:07

Cari amici del "buon cantare"
Caro Vito,

Permettetemi di aggiungere un'altro elemento, che ritengo significativo, nella spiegazione del fenomeno che vede decine di migliaia di persone provinate per il programma X-FACTOR (che ricerca nuovi talenti pop) e la penuria di nuove voci interessanti nel panorama lirico.

Molto sta nel fatto che, senza bisogno di tanto studio, una voce "pop" che sappia catalizzare l'attenzione su di sè, guadagna (sia in fama che in emolumenti) ben presto molto di più di un cantante lirico di onesta carriera (mettiamo un comprimario o persino qualche parte protagonista minore) che ad essa ha dedicato decenni di studio e di affinamento.

A parità di guadagno, i giovani si orientano verso la direzione che costa loro meno fatica. Non è forse così? (accetto contraddittorio).

In periodo di epidemia equina, anche il bardotto acquisisce le doti del purosangue. Ecco almeno in parte spiegate le campagne commerciali pro-Villazon o pro-Netrebko (anche se io mi permetterei di distinguere tra i due: come già mi ero espresso tempo addietro, io mi considero abbastanza pro-Netrebko e piuttosto versus-Villazon).

Salute a tutti.
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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi Mode » 12/02/2009, 16:21

Cari Amici,

sulla celebre "blue note", una spiegazione di questo artificio armonico si può trovare qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Blue_note.

Quanto all'improvvisazione, Vito ha ragione nel dire che la variazione riveste importanza centrale nella musica colta, sino al classicismo compreso. Tuttavia, a mio parere, la variazione non è sempre improvvisazione e, comunque, nel Jazz, quest'ultima è retta da maggiore libertà rispetto alla musica classica, per lo meno, stando alla mia esperienza di ascolto.

Nell'estetica Jazz, l'improvvisazione può addirittura arrivare ad essere "libera, slegata e selvaggia", come nel classico disco "A free collective improvvisation" di Ornette Coleman (manifesto del Free Jazz). In altri casi, segue percorsi un po' più "miti", pur mantenendosi nell'alveo della libertà espressiva, slegata da schemi, regole e convenzioni. Come dire... hic et nunc (qui ed ora), prerogativa, questa dell'istantaneità, che difficilmente si trova nella musica c.d. classica.

L'improvvisazione nel Jazz assomiglia ad un'uscita temporanea di scena, ad un cambio di atmosfera, ad una divagazione (a volte remota) non tanto intorno al tema (come nella variazione) ma intorno (o meglio sullo) status emotivo che quel brano può suggerire all'interprete che, lo carica anche dell'umore del momento, reso ancora più irripetibile, proprio per questo. La poetica del Jazz è una poetica dell'istante.

La variazione, è governata, come tutta la "musica colta" del resto, su stilemi e moduli più codificati, che difficilmente si trovano nel Jazz che è - per antonomasia - musica, spesso non scritta, caratterizzata dalla libertà di espressione rispetto alle regole precostituite (che comunque ci sono, essendo state elaborate successivamente).

Per queste ragioni, ho scritto che l'improvvisazione ha nel Jazz un ruolo centrale: essa, in un certo senso, è l'anima del Jazz. Posso acquistare lo spartito di uno "standard", lo posso suonare col mio clarinetto... però, quello che rende grande e/o speciale la mia performance è l'improvvisazione, la misura della mia antagonistica libertà rispetto a quel brano.

Detto questo, la variazione (che può prescindere dall'improvvisazione), si trova anche nel Jazz: "My Favorite Things" di John Coltrane ne è un chiaro esempio e - per contro - l'improvvisazione ricorre anche nella musica c.d. classica (es. l'introduzione alla fantasia corale op. 80, pare sia stata improvvisata da LVB in occasione della prima esecuzione dell'opera) ma è improvvisazione, a mio parere, meno basata sulla libertà (formale), che è l'elemento fondante del Jazz, il suo motore interno.

Bisognerà attendere espressioni contemporanee della musica colta per arrivare ad avere quella libertà (penso a John Cage), seppure, anche in quella sede, non sarà lo stesso.

Ciao a tutti.

p.s. ho inserito il mio intervento quasi contemporaneamente a quello di Fulvio, che saluto, e di cui condivido le osservazioni... Tra l'altro, X Factor è un programma interessante che, ogni tanto, mi capita di guardare in TV.
Ultima modifica di Mode su 12/02/2009, 20:23, modificato 4 volte in totale.
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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi F.PELETTI » 12/02/2009, 17:21

Cari amici della musica,
Caro Mode,

Sì, l'improvvisazione è veramente l'anima del jazz, sul modello della musica blues.
Interminabili ostinati mi/la/mi/la/si/la/mi sui quali costruire innumerevoli ghirigori ed evoluzioni melodiche.

Invero, da quando il jazz si è dato una caratteristica "colta" molto spesso le improvvisazioni vengono "scritte" (sembra una contraddizione in termini) e sono frutto di studi assai minuziosi, fino a diventare quasi tutto fuorchè "improvvisazioni".

Gli ostinati che sono propri della musica barocca sembrano fare il paio con quelli del jazz contemporaneo, al punto da non essere insolito aver a che fare con musicisti che frequentano indifferentemente le due categorie.

Keith Jarreth, è forse uno degli esponenti di punta di questo percorso musicale, ma anche senza andare troppo distante da casa nostra,il mio "amico" Claudio Astronio, prima di diventare quel valente organista e cembalista che è, ne ha macinati di jazz clubs...!

Un mio amico jazzista mi spiegava che, dal be-bop in avanti, in una buona improvvisazione c'è davvero ben poco di improvvisato, per cui variazione intesa in senso classico e improvvisazione in senso moderno non sono più modelli così diversi.

Siamo davvero ad un passo dalla trasversalità e dalla contaminazione. Probabilmente esse saranno il leit-motiv della musica del futuro prossimo venturo, salvo che arrivi un nuovo Schoenberg....

Salute a tutti.
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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi Mode » 12/02/2009, 18:53

F.PELETTI ha scritto:Cari amici della musica,
Caro Mode,

Sì, l'improvvisazione è veramente l'anima del jazz, sul modello della musica blues.
Interminabili ostinati mi/la/mi/la/si/la/mi sui quali costruire innumerevoli ghirigori ed evoluzioni melodiche.

Invero, da quando il jazz si è dato una caratteristica "colta" molto spesso le improvvisazioni vengono "scritte" (sembra una contraddizione in termini) e sono frutto di studi assai minuziosi, fino a diventare quasi tutto fuorchè "improvvisazioni".

Gli ostinati che sono propri della musica barocca sembrano fare il paio con quelli del jazz contemporaneo, al punto da non essere insolito aver a che fare con musicisti che frequentano indifferentemente le due categorie.

Keith Jarreth, è forse uno degli esponenti di punta di questo percorso musicale, ma anche senza andare troppo distante da casa nostra,il mio "amico" Claudio Astronio, prima di diventare quel valente organista e cembalista che è, ne ha macinati di jazz clubs...!

Un mio amico jazzista mi spiegava che, dal be-bop in avanti, in una buona improvvisazione c'è davvero ben poco di improvvisato, per cui variazione intesa in senso classico e improvvisazione in senso moderno non sono più modelli così diversi.

Siamo davvero ad un passo dalla trasversalità e dalla contaminazione. Probabilmente esse saranno il leit-motiv della musica del futuro prossimo venturo, salvo che arrivi un nuovo Schoenberg....


Salute a tutti.


Cari Amici, Caro Fulvio,

nei passaggi del tuo intervento evidenziati in grassetto, intravedo la causa di quella che, da molti, è stata definita la morte del Jazz, il suo essere divenuto, oggigiorno, un po' un genere di maniera, tradendo, per così dire, la sua matrice originaria. Del resto, a mio avviso, la contaminazione è bella sin quando i generi che si incrociano rimangono distinti e... diventa meno interessante quando un genere si annacqua nell'altro.

E' un po' quello che, a mio modo di vedere, è avvenuto nell'ultimo ventennio: jazz sempre più scritto, preparato e studiato, musica d'elite, lontano dalla gloria dei Padri e soprattutto, dalla ispirazione legata al disagio esistenziale, al disadattamento, alla sofferenza; così, senza fare di ogni erba un fascio, il jazz, nato dal basso, come musica di rivolta e riscatto, a volte, finisce col diventare musica intellettualmente sofisticata e aristocratica, con esiti, secondo me, discretamente noiosi.

Oggi molti si domandano se il Jazz abbia o meno ancora un futuro o se la sua parabola si sia, in qualche modo, esaurita nel secolo scorso. A questa domanda, non saprei rispondere se non dicendo che, quando si tratta di ascoltare un disco Jazz, il mio orecchio si rivolge ai classici.

Ciao a tutti.

p.s. ho leggermente limato l'intervento precedente per renderlo più chiaro rispetto al mio pensiero.
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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi Vito » 12/02/2009, 23:07

Io ho l'impressione che il jazz stia intraprendendo il percorso imboccato a suo tempo dalla musica classica: da canovaccio con grandi possibilità realizzative e di personalizzazione (le partiture del seicento e del primo settecento) a testo in cui tutto è nel testo e niente può essere toccato (musica "nuova" del '900, musica atonale, ecc.).

Sarebbe da domandarsi se il prevalere del testo scritto sull'improvvisazione e la libertà espressive siano una normale evoluzione dei generi maturi nel momento in cui le possibilità inventive (essendo il sistema armonico comunque finito come soluzioni possibili) - e quindi le possibilità creative, innovative e di esplorazione del linguaggio - tendono a cominciare a ripetersi a causa dell'ampia esplorazione precedente. In tal caso non potremmo parlare di decadenza del gnere, ma di sua maturità (maturità che come in tutti i fenomeni umani prelude ad un invecchiamento e ad un declino, se vogliamo, comunque inevitabili).

Che ne pensate?

Riguardo al discorso che il pop oggi tolga voci alla lirica, è dato certo: un tempo la musica lirica essendo la musica pop di oggi. Mina sarebbe stata un travolgente soprano drammatico d'agilità, con tre ottave di estensione naturale (che con l'impostazione lirica sarebbero arrivate probabilmente a tre e mezzo). E d'altra parte non siamo privi di nuovi veri talenti: avete ascoltato l'ultimo disco "belcanto" della Garanca, ad esempio? Della serie: non tutti i nuovi protagonisti sono dei bluff.

Anch'io tendo a preferire la Netrebko a Villazon: ma ascoltata la Netrebko al fianco di Florez nel duetto dei Puritani, ci si rende conto di come questa sia certo una buona cantante, ma molti altri soprani dei nostri giorni, magari italiani non sfigurerebbero al confronto con lei, mentre lei al confronto di autentiche fuoriclasse (Caballé, Sutherland, ma anche Devia) resta decisamente staccata: per nitore vocale (tecnica tutta e portamenti in particolare), soprattutto, e per espressione e stile in secondo luogo. Ripeto: riconoscendo comunque che di buona cantante si tratta, non fraintendiamoci.

Ciao
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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi Mode » 13/02/2009, 1:23

Cari Amici,

il nostro excursus si sta facendo sempre più interessante. E molto stimolante è il quesito posto da Vito, al quale credo sia difficile rispondere. Ci proverò, in due parole, rinviando rilievi più approfonditi.

Credo che il Jazz nasca, originariamente, come ribellione (forse involontaria) alla forma ed alle convenzioni della musica colta.

In questa ribellione sta la novità, uno dei nuclei essenziali della sua matrice: un tentativo di liberazione che si esprime dando voce anche a strati diversi della società. Non per nulla, il sassofono (strumento, sino ad allora, tra i meno frequentati dalla musica classica), diverrà, in breve, lo strumento principe del Jazz, anche se i primi passi, il Jazz li muoverà con voce, tromba, chitarra e soprattutto, pianoforte, strumenti - questi - suonati in modo diverso rispetto alla prassi colta (pensate alle improvvisazioni di Jelly Roll Morton ad es.). La novità del Jazz è la libertà, il distacco dalla forma scritta, alla ricerca di un proprio suono, di un proprio stile.

Molti giganti del Jazz non sanno leggere la musica e non la sanno neppure scrivere: si affidano al loro istinto, alla loro musicalità, al loro talento... di qui, il largo spazio all'improvvisazione, che, in sintesi, è la sostanza emozionale del brano, poichè esprime il rapporto dell'artista con esso, la sua visione della vita, il suo essere-nella-musica. Il Jazz non tarda a produrre miracoli: da New Orleans a Chicago, il nuovo genere afro-americano sviluppa - per così dire - due anime: una rabbiosa, ebbra e libera ed una sofisticata, colta, raffinata.

Il Jazz non usa partiture. Anzi, evita accuratamente il ricorso alla forma scritta: in esso è diverso il rapporto dell'artista/esecutore con l'opera in cui si cimenta, opera che vive (e non rivive) grazie a lui. Nel Jazz, il musicista si fonde col pezzo che suona per cui, è come se il brano medesimo divenisse unico grazie al suo interprete. Così non esiste tanto Satin Doll, quanto Satin Doll suonata da Duke Ellington, e via dicendo.

In quest'ottica, non credo che i primi canovacci seicenteschi con il basso cifrato possano coincidere con l'estetica del Jazz, anche se qualche similitudine (specie nel Jazz moderno) c'è. Il fatto è che, a mio avviso, senza improvvisazione (vera), il Jazz perde il suo respiro. E improvvisare, significa - essenzialmente - creare all'istante, sbriciolando la propria anima nel brano.

La musica colta si basa su principi diversi, laddove, anche le variazioni e le elaborazioni del basso cifrato avvengono secondo dettami armonici più precisi e dove la dissonanza è naturalmente emarginata dal discorso musicale. Anche nel Jazz esistono varie forme di improvvisazione, da quella più convenzionale a quella più libera. Eppure, continuo a credere che il Jazz, per esistere, non abbia necessità di notazione scritta, per lo meno, nel momento in cui l'opera viene creata (si possono scrivere dopo alcuni passaggi); forse anche perchè l'interprete è inscindibile dal brano che esegue, e l'assenza di forma scritta suggella questo rapporto segreto e privilegiato.

Dunque, non sarei portato a dire che il Jazz sia arrivato alla sua maturità ma che abbia, piuttosto, un po' esaurito la spinta propulsiva, anche se la ritengo, senza dubbio, un'ipotesi rispettabile e possibile. A mio avviso, se il Jazz si sacrifica al formalismo, cristallizzandosi per iscritto, perde molto del suo fascino originario di discorso sulla vita, anche perchè, di fatto, la forma e gli schemi che utilizza sono più semplici e meno elaborati di quelli adottati dalla musica c.d. classica, con la conseguenza che le limitazioni armoniche e tonali si fanno sentire di più, col rischio di creare una musica un po' tutta uguale e soprattutto già sentita.

Concludo dicendo che, su consiglio di Vito, ho comprato anch'io il disco della Garanca ed attendo che mi venga recapitato dal corriere.

Cari saluti.
Mode
 
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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi F.PELETTI » 13/02/2009, 10:03

Cari ascoltatori di buona musica,
Cari Mode e Vito,

E'' sempre un piacere cimentarsi in belle discussioni con voi, che contribuiscono (almeno lo è per me) al reciproco arricchimento di consapevolezza musicale.

Attorno alla musica Jazz credo che valga la pena menzionare anche il fatto che essa è costruita su relazioni diverse tra le altezze delle sette note.
A tutti è noto che la cosiddetta "scala blues", alla quale tutta la melodia jazz fa assoluto riferimento, è dissimile da quella "temperata" classica.
Oltretutto anche dal punto di vista armonico, il Jazz fa larghissimo uso della "tonalità estesa" presente nella musica occidentale dalla seconda metà dell' ottocento (parlo per chi s'intende un poco di armonia: settime aumentate, none e nel jazz contemporaneo, anche di "peggio").

E' difficile dire quanto il jazz tradizionale abbia attinto dalla musica bianca, ma sicuramente i corali protestanti hanno avuto un innegabile infilusso sullo spiritual tradizionale, cosi come la musica per banda ha avuto le sue "connivenze" con le prime "brass band" nordamericane.

Considerare il Jazz come una musica in esaurimento può essere il classico atteggiamento da bicchiere mezzo vuoto:
I jazzisti che mi capita di frequentare sono di diverso avviso, e vedono al contrario il bicchiere mezzo pieno.
Lo sdoganamento del Jazz dalla sua matrice originale (nera, afroamericana, meglio se degli stati "sudisti") non poteva non portare contributi etnico-musicali nuovi, scardinando dall'interno un modo di concepire musica e vita, che erano precipue (ed irripetibili) di un determinato periodo in un determinato contesto storico.

Sono andato diverse volte ad Ascona (non solo per la tomba di Rilke, cara Els) in concomitanza con il "New Orleans traditional jazz festival": Magnifico!
E' mia assoluta convinzione che il Jazz vero e proprio sia quella "roba lì". Cio' nondimeno ero uno che seguiva con interesse, negli anni settanta, l'evoluzione di una band (i Perigeo) che, muvendosi da terreni contigui al rock sinfonico, andava inoltrandosi nel linguaggio del Jazz.
Franco D'andrea, leader di quel gruppo diventò in seguito uno dei più apprezzati jazzisti italiani.

Sia pur con la vena di grande nostalgia ed ammirazione per il Jazz di King Oliver, sono anche convinto che già nella musica di un altro "coloured" non di molto precedente, Scott Joplin, vi era già tutta quella voglia di non "ghettizzarsi" da parte della cultura afroamericana, che, sia pur riaffermando con forza le proprie origini, vuole costruire, accanto a quella WASP, le basi di un nuovo avvenire.

Da un certo punto di vista, il "sogno americano" di Joplin si è oggi avverato. La Casa Bianca è oggi un po' meno bianca, ma il futuro - io credo - è un poco più rosa.

Salute a tutti.
F.PELETTI
 
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Re: Billie Holiday (Eleanor Fagan Gough) 1915-1959

Messaggiodi Mode » 13/02/2009, 13:45

F.PELETTI ha scritto:Cari ascoltatori di buona musica,
Cari Mode e Vito,

[...]

Considerare il Jazz come una musica in esaurimento può essere il classico atteggiamento da bicchiere mezzo vuoto:
I jazzisti che mi capita di frequentare sono di diverso avviso, e vedono al contrario il bicchiere mezzo pieno.
Lo sdoganamento del Jazz dalla sua matrice originale (nera, afroamericana, meglio se degli stati "sudisti") non poteva non portare contributi etnico-musicali nuovi, scardinando dall'interno un modo di concepire musica e vita, che erano precipue (ed irripetibili) di un determinato periodo in un determinato contesto storico.

[...]

Sia pur con la vena di grande nostalgia ed ammirazione per il Jazz di King Oliver, sono anche convinto che già nella musica di un altro "coloured" non di molto precedente, Scott Joplin, vi era già tutta quella voglia di non "ghettizzarsi" da parte della cultura afroamericana, che, sia pur riaffermando con forza le proprie origini, vuole costruire, accanto a quella WASP, le basi di un nuovo avvenire.

Da un certo punto di vista, il "sogno americano" di Joplin si è oggi avverato. La Casa Bianca è oggi un po' meno bianca, ma il futuro - io credo - è un poco più rosa.

Salute a tutti.


Cari Amici,

il piacere è assolutamente reciproco.

Il Jazz è veramente nato dall'incrocio di molteplici fattori: ragtime, blues, canto, musica per banda etc.

In tal senso, esso rappresenta un'esperienza unica della nostra storia culturale. Difficile dire se esso abbia ancora qualcosa da esprimere, oppure no. Credo di sì, con tutto che, da anni non vedo, nal panorama internazionale, autentici giganti del calibro degli ultimi vati dell'hard-bop (Mingus, Coltrane, Davis, Gillespie, tanto per fare qualche nome). Il Jazz degli ultimi anni, salvo rare eccezioni, non trovo abbia prodotto personalità di paragonabile rilievo, anche se potrei sbagliarmi.

E' vero che molto il Jazz deve alla sua storia sociale; tuttavia, è anche vero, a mio avviso, che certe sue migliori espressioni sono il frutto di una particolare convergenza culturale... quando il mondo moderno stava nascendo ed il Jazz ne interpretava - primus inter pares - le profonde e già dannate contraddizioni: in quest'ottica, il periodo aureo del Jazz, a mio avviso, va dagli anni '30 (le prime registrazioni di L. Armstrong con gli Hot Five e poi gli Hot Seven) sino alla fine degli anni Settanta, con l'esperienza del Free Jazz e delle avanguardie (e.g. Paul Hines e Carla Bley), sebbene si trovino, anche dopo, solisti di pregio (e.g. Joe Lovano) e creazioni robuste. Il tutto, naturalmente, in un'ottica di generalizzazione e con l'auspicio di sempre nuove ispirazioni.

Tra l'altro, come rileva Fulvio, le soluzioni armoniche proposte dal Jazz sono davvero originali, prossime addirittura a quelle utilizzate da Claude Debussy, ad esempio, la cui musica pianistica, potrebbe presentare, a mio parere, una certa attinenza con quella di Bill Evans ;) .

Ciao a tutti.
Ultima modifica di Mode su 13/02/2009, 22:37, modificato 2 volte in totale.
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