Flauto, Elisir e Traviata: tradizione e sperimentazione a Macerata

DONIZETTI L’elisir d’amore J. Osborn, M. Sicilia, A. Esposito, I. Samoilov, F. Benitez; Fondazione Orchestra Regionale delle Marche, Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, direttore Francesco Lanzillotta regia Damiano Michieletto scene Paolo Fantin costumi Silvia Aymonino luci Alessandro Carletti

VERDI La traviata S. Jicia, M. Marini, M. Mennitti, I. A. Rivas, A. Gazale, S. Paolillo, L. Grante, S. Marchisio, G. Medici, A. Pucci, G. Paci, R. Scandura; Fondazione Orchestra Regionale delle Marche, Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, direttore Kery-Lynn Wilson, regia e luci Henning Brockhaus scene Josef Svoboda costumi Giancarlo Colis coreografie Valentina Escobar

MOZART Il flauto magico G. Sala, G. Loconsolo, L. Drei, E. Cilli, A. Di Paola, T. Zhuravel, M. Pierattelli, V. Mastrangelo, I. Silvestrelli, C. Piergiacomi, E. Saltari, M. Bakonyi, A. Di Matteo, P. Leoci, M. Miglietta, S. Pil Choi; Fondazione Orchestra Regionale delle Marche, Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, direttore Daniel Cohen regia Graham Vick scene e costumi Stuart Nunn movimenti mimici Ron Howell luci Giuseppe Di Iorio

Macerata Opera Festival, 10-11-12 agosto 2018

 

Ottimo esordio per la neo direttrice artistica del Macerata Opera Festival Barbara Minghetti, che si è trovata a raccogliere l’eredità di Francesco Micheli dopo gli invernali fatti di cronaca che hanno piombato la città di Macerata sotto i riflettori, dandone un’immagine non sempre positiva. I risultati della biglietteria parlano chiaro: incassi settimanali sempre sopra i 300.000 €, teatro sempre pieno quando non addirittura esaurito, con la “solita” Traviata che al botteghino mostra di avere ancora molte frecce al proprio arco, visto che proprio l’ultima recita del capolavoro verdiano ha toccato quota 2.431 presenze con un incasso di 125.601 euro, che rappresenta il nuovo record assoluto per le opere da quando è stata riallestita la platea nel 2006 (i record precedenti, va da sé, li vantavano altre repliche del medesimo allestimento nelle stagioni precedenti). Ma se il botteghino sorride non è da meno anche il livello artistico, premiando la scelta di presentare un nuovo allestimento, un riadattamento di uno spettacolo già apprezzato in altri teatri e una ripresa (formula che verrà riproposta per la stagione 2019). Lo spettacolo già conosciuto e integralmente riadattato agli spazi maceratesi è stato L’elisir d’amore “balneare” siglato Damiano Michieletto, che ha divertito e coinvolto un pubblico numerosissimo e prodigo di applausi, confermandosi una produzione piena di ritmo e divertimento ma capace anche di isolare con la giusta incisività i momenti più patetici: unico, ma grave, neo la discutibile resa drammatica del duetto tra Adina e Dulcamara, con tanto di tentativo di violenza da parte del dottore (che Michieletto rappresenta come furbo spacciatore) non giustificato né dalla musica né, tantomeno, dalla drammaturgia. Musicalmente si è apprezzata la direzione di Francesco Lanzillotta: dopo un inizio un po’ in sordina ha ripreso quota, con scelte di tempi e variazioni sempre adeguate, peraltro eseguendo l’opera nella sua integralità (con l’eccezione di alcuni recitativi e di un frammento corale nelle nozze di Adina e Belcore) e sempre sostenendo i cantanti. Cantanti che formavano una compagnia di attori affiatatissima ma in cui vocalmente non ha faticato a brillare il protagonista John Osborn, voce timbricamente non sopraffina, nonché piuttosto piccola per lo Sferisterio, ma nondimeno artista di classe superiore, in grado di fraseggiare con gusto e garbo, concedendo un meritato bis de “La furtiva lagrima”. Attore eccellente è Alex Esposito, ma a volte si ha come l’impressione (soprattutto in questo spettacolo) che l’iperattività scenica limiti l’espansione di una voce che sarebbe notevole; non male la spigliata Adina di Mariangela Sicilia (stanca, però, a fine serata) al pari del tronfio Belcore di Iuri Samoilov senza dimenticare la bella e brava Giannetta di Francesca Benitez.

A dispetto del suo ruolo di traino al botteghino è invece risultata piuttosto smorta la ripresa de La traviata: nemmeno si discute la bellezza della scenografia di Svoboda, un classico maceratese che non stanca mai di incantare per la sua magia, ma la regia di Brockhaus è parsa quest’anno meno incisiva di altre edizioni e più generica nella gestione complessiva. Genericità condivisa con la direzione di Kery-Lynn Wilson, addirittura catatonica nella scelta di tempi spesso troppo lenti, che peraltro mettevano in difficoltà un cast lontano dall’essere ideale. Se, infatti, Alberto Gazale ha potuto far valere l’esperienza e la classe di chi, da vecchia volpe del palcoscenico, sa come trarre il meglio dalla non semplice parte di Germont padre, i due giovani amanti protagonisti sono parsi più in difficoltà: Salome Jicia ha una voce interessante e in scena si muove abbastanza bene, ma il registro acuto non è del tutto a fuoco né il fraseggio brilla per personalità; il suo Alfredo, Ivan Ayon Rivas, ha una voce di timbro splendido ma musicalità non sempre adamantina e anche lui avrebbe potuto dare di più con una guida dal podio più incisiva. Cast di comprimari ben assortito, in particolare l’Annina di Marianna Mennitti e la Flora di Mariangela Marini.

La stagione si era però aperta con l’atteso Flauto magico (titolo italiano perché presentato in traduzione italiana) con il debutto maceratese di Graham Vick che, al suo solito, non ha mancato di suscitare polemiche, con tanto di proteste da parte di politici locali. Polemiche che, all’ultima recita, hanno portato a qualche isolata contestazione durante lo spettacolo (non, però, ai festeggiamenti finali) ma di cui non si capiscono le ragioni: innanzitutto lo spettacolo è tecnicamente inappuntabile, utilizzando peraltro l’intero, enorme, spazio del lunghissimo palcoscenico maceratese; inoltre movimenti di singoli e masse sono curati nel dettaglio senza mai annoiare e con perfetta progressione teatrale senza contare poi che l’assunto simbolico alla base della regia (la distruzione dei condizionamenti dati da economia, social e religione – simboleggiati da tre edifici che verranno distrutti da Tamino durante il coro conclusivo – per costruire una nuova società) era di chiarissima leggibilità. Uno spettacolo memorabile? Probabilmente non del miglior Vick, ma uno spettacolo comunque molto forte, in grado di toccare temi come uguaglianza, fratellanza, condivisione che (a dispetto delle polemiche politiche – peraltro limitate alla sfera cittadina – secondo cui Mozart “si sarebbe rivoltato nella tomba”) sono alla base della massoneria così come Mozart la concepiva: “siamo tutti stranieri” recitava un cartello durante l’Ouverture e il chiaro riferimento alla strumentalizzazione di recenti fatti di cronaca da parte della politica nazionale ha espresso come meglio non si poteva l’idea di solidarietà umana alla base di questa solo apparentemente semplice fiaba. Inoltre la traduzione italiana del libretto non ha portato a nessun tradimento, dato che gli unici interventi del regista nei dialoghi sono stati nell’inserimento di alcune battute affidate a cento cittadini coinvolti nello spettacolo con una funzione non dissimile da quella del coro nelle tragedie greche: criticabile, invece (questo sì), il taglio di due numeri musicali costituiti dal terzetto soprano – tenore – basso del II Atto e dal duetto dei sacerdoti. Sotto la guida musicale precisa e corretta di Daniel Cohen, in grado di tenere le fila di uno spettacolo non semplice (e in uno spazio come lo Sferisterio, poi) ha agito una compagnia teatralmente molto affiatata, in cui anche le singole mende vocali di alcuni artisti sono state riassorbite all’interno di un esperimento teatrale di grande forza. I migliori in campo sono stati comunque Giovanni Sala, Tamino simpatico e dal morbido timbro tenorile, e la luminosa Pamina di Valentina Mastrangelo, dai suggestivi attacchi flautati in acuto; Guido Loconsolo è stato un Papageno di travolgente simpatia, peraltro impegnatissimo in scena; un po’ flebile la Regina della Notte di Tetiana Zhuravel, più a suo agio nella seconda che nella prima aria come spesso accade, ma assai autorevole il Sarastro di Antonio Di Matteo. Dopo alcune contestazioni durante lo spettacolo, il finale ha visto il pubblico applaudire con entusiasmo e convinzione tutti gli artefici dell’allestimento. Stessa formula vincente, quindi, confermata per il 2019, che dopo il #verdesperanza di quest’anno sarà #rossodesiderio con un nuovo allestimento di Carmen (direttore Francesco Lanzillotta, regia Jacopo Spirei), il riallestimento a Macerata del Macbeth con la regia di Emma Dante – spettacolo vincitore dell’Angel Herald Award di Edimburgo nel 2017 – diretto da Francesco Ivan Ciampa, per chiudere con la ripresa del Rigoletto 2015 con la regia di Federico Grazzini e la direzione di Giampaolo Bisanti.

Gabriele Cesaretti

Sul numero di settembre di MUSICA la recensione, a firma di Nicola Cattò, delle prime tre recite del Festival.

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