Fischi alla Scala per il Trovatore al museo

VERDI Il Trovatore F. Meli, L. Monastyrska, V. Urmana, M. Cavalletti, G. Buratto, C. Piva; Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, direttore Nicola Luisotti regia Alvis Hermanis scene Alvis Hermanis, Uta Gruber-Ballehr costumi Eva Dessecker

Milano, Teatro alla Scala, 6 febbraio 2020

Dopo il gran successo di Tosca e l’ottima accoglienza riservata a Roméo et Juliette (peraltro ancora in scena), la stagione scaligera inciampa, in maniera evidente, sul Trovatore, i cui artefici scenici sono stati accolti con una quantità di fischi e riprovazioni quali non ricordavo da tantissimo tempo. E con piena ragione: lo spettacolo, proveniente da Salisburgo e adattato al palco scaligero, è semplicemente l’ennesima prova di come troppi registi di area nordica (Hermanis è lettone) non capiscano il melodramma italiano, fors’anco lo disprezzino, e quindi lo risolvano ora mettendolo in ridicolo ora ponendolo tra virgolette, con costruzioni metateatrali che ne spengono la forza drammaturgica e ne umiliano la dimensione poetica. Così accade con questo Trovatore ambientato in un museo, in cui si alternano senza che bene se ne capiscano le ragioni la narrazione «in primo livello» (Ferrando, e poi Leonora e Azucena come guide turistiche) e i fatti evocati, raccontati, in cui gli stessi personaggi, più Manrico, appaiono in vesti uscite dal più tradizionale dei Trovatori. Certo, quest’opera è fatta di ballate, di narrazioni, di racconti, di ampi squarci verso il passato: ma sempre in rapporto ad una drammaturgia incandescente, a una definizione dei personaggi magari un po’ rozza ma certamente efficace: elementi del tutto assenti in uno spettacolo dominato dal turbinare di pareti, di quadri, di pittura prevalentemente cinque-secentesca ma senza alcun senso comprensibile.

Massimo Cavalletti (Luna), Liudmyla Monastyrska (Leonora) e Francesco Meli (Manrico)

Ugualmente deludente, perché le attese nei suoi confronti erano più alte, mi è parso Nicola Luisotti, la cui concertazione era piatta, pesante, con una continua altalena nello stacco dei tempi, senza il minimo interesse verso il particolare timbrico né una evidente capacità di mantenere alta la temperatura emotiva. Unico merito, l’avere adottato una lezione quasi integrale, mancando solo tre battute nel duetto Manrico-Azucena e il da capo di «Tu vedrai». Francesco Meli è al solito un grande artista, e il suo Manrico sognante, poetico, ma di una nobiltà araldica nel fraseggio, capace di variare dinamiche e di dare eloquenza alla dizione come nessun altro dopo Bergonzi, sarebbe pressoché ideale se non ci fosse lo scoglio della Pira: pur abbassata di mezzo tono, rimane impeccabile nella nitidezza delle quartine ma opaca nei due famigerati acuti. E allora mi chiedo: perché non farla in tono, con tutte le frasi finali qui omesse per risparmiare fiato, ma senza le puntature, alla maniera mutiana? Con lui conquista le ovazioni del pubblico anche Violeta Urmana, già Azucena in questo teatro il 7 dicembre del 2000, prima della sciagurata conversione al registro di soprano, che fortunatamente, ora che è tornata sui suoi passi, non ne ha troppo compromesso la morbidezza del registro centrale, né l’insolenza degli acuti (anche se il Do di «Tu la spremi» viene ora omesso). Ma la superiore complessità psicologica che sapeva dare alla sua Azucena vent’anni fa è pari alla differenza di statura dei due direttori d’orchestra coinvolti.

Violeta Urmana (Azucena)

Bene anche Gianluca Buratto (Ferrando), mentre la Monastyrska è cantante dalla vocalità un po’ strana, con il suo persistente vibrato stretto, ma la coloratura è nitida, i trilli impeccabili, le grandi arcate dell’aria del quart’atto dominate con classe: insomma, una Leonora che magari non affascina ma a cui davvero si può rimproverare poco. Pessima, invece, la prestazione del baritono Massimo Cavalletti, che la Scala ripropone con una frequenza che, in passato, avrebbe forse potuto riservare a un Bastianini o ad un Cappuccilli: nella parte baritonale vocalmente forse più difficile di tutto Verdi, Cavalletti fatica dall’inizio alla fine (addirittura abbassa una frase di un’ottava nella sua cabaletta), con suoni francamente sgradevoli in acuto, un legato sdrucito in più punti e una volgarità di canto poco tollerabile. Di gran lusso la Ines di Caterina Piva, e la solita sicurezza il coro di Bruno Casoni. Alla fine, come accennato, il pubblico ha premiato i cantanti (con qualche mormorio per Cavaletti), riservato qualche fischio a Luisotti e subissato di improperi il team registico.

Nicola Cattò

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