Felici debutti nel Boccanegra genovese

VERDI Simon Boccanegra F. Vassallo, B. Torre, G. Terranova, M. Spotti, G. Montresor, J. P. Huckle, G. De Paoli, K. Kader; Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice, direttore Stefano Ranzani regìa e scene Andrea De Rosa costumi Alessandro Lai

Genova, Teatro Carlo Felice, 25 ottobre 2015

Due invocazioni prorompono dal Doge nell’atto finale del Simon Boccanegra, significativamente assonanti: il mare e, proprio all’ultimo istante, Maria, che è il vero nome di Amelia, ma anche quello della madre, amata da Simone e morta venticinque anni prima, durante il Prologo. La messinscena di Andrea De Rosa decide di materializzare entrambe le presenze: quando Simone avverte «il refrigerio» della «marina brezza» e invoca ripetutamente quell’elemento nel quale rimpiange non aver trovato la morte, l’imponente parete quadrata che copre costantemente gran parte del fondale, su cui vengono proiettati lungo tutta l’opera filmati ripresi dalla costa ligure, si apre gradualmente, svelando pienamente quel mare e quella simbolica apertura d’orizzonte a cui il vecchio corsaro ha rinunciato per la carriera politica e il potere. Mentre il fantasma di Maria, che appare in scena in diversi episodi, accoglie tra le braccia il morente Simone, come in una Pietà che sottolinea la grandezza spirituale del perdono offerto dal Doge.

Queste due onnipresenze lungo l’opera, il mare e Maria, orizzonti emotivi perduti ma mai dimenticati, possono non essere state sempre felici nella concretizzazione scenica (nel Prologo, in particolare, il quadratone che allude al palazzo dei Fieschi è apparso particolarmente ingombrante), ma hanno aiutato a conferire all’azione una continuità che non sempre il Boccanegra mantiene, avvincendo lo spettatore al destino dei personaggi pur nella complicata trama; e costituendo in fondo una risposta visiva (i filmati di Pasquale Mari riprendono quasi sempre le prime o le ultime luci del giorno, quell’ora in cui i contorni delle cose appaiono più malcerti) a quel colore scuro, plumbeo, quasi magmatico con cui Verdi distingue l’opera da tutte le sue partiture. E che la direzione di Stefano Ranzani (subentrato al previsto Andrea Battistoni) ha saputo ombreggiare senza tetraggini eccessive, ottimamente assecondato da orchestra e coro, stabilendo una tensione costante, particolarmente incisiva nella grande scena del Consiglio.

Proprio all’inizio di questa memorabile scena, l’esortazione di Petrarca alla pace tra Genova e Venezia lega nell’opera le due città; ed è singolare che la collaborazione tra i rispettivi teatri abbia dato alla luce sia l’allestimento che inaugurò la seconda stagione nel nuovo Carlo Felice (1992) sia questo spettacolo, che è andato ad aprire ufficialmente la stagione 2015/2016 del teatro genovese dopo aver debuttato a Venezia nello scorso dicembre (ne ha riferito Stefano Pagliantini su MUSICA 263). Completamente diverso da quell’occasione il cast vocale che, nonostante i vari avvicendamenti, si è rivelato alla fine un altro punto di forza dello spettacolo. È pur vero che in nessuno dei cantanti troviamo quella piena rifinitura vocale così preziosa per definire i personaggi e la melodia verdiana, e d’altronde così rara da trovare al giorno d’oggi; ciò nondimeno, tutti hanno saputo proporre figure credibili e palpitanti, comunicandone l’intensità emotiva. Arrivato al debutto nel ruolo a seguito di due forfait (prima di Carlos Álvarez, poi di Stefano Antonucci), Franco Vassallo ha disegnato un Simone capace sì di autorevolezza («Morte al Doge?») ma forgiato, più che dalla ragion di stato, dalle ragioni del cuore; al quale sa infondere calore anche grazie a un timbro ricco di risonanze, ancorché un po’ indurito in quel registro acuto che ci aveva invece colpito otto anni or sono (recensendo I Vespri Siciliani nello stesso teatro). Il protagonista risultava timbricamente ben contrastato rispetto al nero Fiesco di Marco Spotti, capace di rivelarne tutti i lati sordi e oscuri, e alla fisionomia schiettamente baritonale di Gianfranco Montresor, che anche scenicamente profilava un Paolo Albiani sottile e quasi diabolico: un contrasto che esaltava quindi la figura profondamente umana del Doge.

Un’indisposizione ha impedito a Barbara Frittoli di impersonare Amelia alla seconda recita, anticipando quindi il debutto nella parte della genovese Benedetta Torre, comunque prevista nel secondo cast. Dopo un’aria di esordio che ha evidenziato, complice forse l’emozione, una non perfetta saldatura fra i registri, il soprano appena ventunenne ha saputo disegnare un personaggio in crescendo, approfittando della credibilità fisica e di un centro timbrato e ricco di suggestioni: ci permettiamo di scongiurare la promettente artista di resistere alla tentazione di bruciare le tappe, scegliendo oculatamente i ruoli da affrontare in attesa di una definitiva maturazione. Al suo fianco Gianluca Terranova ha risolto l’«enigma» costituito dalla sfuggente figura di Gabriele Adorno disegnando un carattere vissuto e agito dalla sua stessa passione, e mettendo generosamente in mostra un registro acuto indubbiamente svettante; tra gli altri ha maggiormente convinto il Pietro di John Paul Huckle.

Roberto Brusotti

 

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