Ezio Bosso a Trieste, il trionfo di un direttore vero

BEETHOVEN Ouverture Leonore III; Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92 BOSSO Split; Rain in your black eyes Orchestra della Fondazione Teatro Lirico G. Verdi di Trieste, direttore e pianoforte Ezio Bosso

Trieste, Teatro Giuseppe Verdi, 10 settembre 2017

C’è una regola che innesca oggi e sostiene anche nella musica il successo popolare: la logica da share televisivo, da fenomeno massmediatico per cui quell’Evento è consacrato tale, unico, esclusivo, eccezionale e tutte le altre logiche vanno in tilt. E non c’è gloria storica di grande interprete in alternativa che regga al confronto. Il fenomeno nuovo le cancella tutte, schiacciate da un successo inarrestabile. Esiste solo quello e pochi altri nella medesima orbita. Come l’ondata di popolarità che ha investito il fenomeno Bosso dopo l’apparizione rivelatrice al festival di Sanremo. Al punto di chiedersi come mai prima di quella apparizione non ne siano emersi con tanta risonanza o siano sfuggiti gli straordinari segnali. Nonostante la serissima alacrità creativa precedente (specie nelle composizioni per il grande schermo) di questo artista in cui la crudeltà della malattia ha acuito coraggio, sensibilità, talento, liberatoria volontà di vita nella musica.

Al punto che la legge del consenso di massa alla quale attinge oggi necessariamente la programmazione teatrale, volendo a tutti i costi tenere il passo del frenetico processo promozionale, lo ha coinvolto qualche mese fa nella imbarazzante esperienza di direttore principale al Comunale di Bologna. Molto meglio la full immersion in una serata scelta dal Verdi di Trieste come “extra”, prologo alla stagione sinfonica d’autunno. Una serata nel solco della normalità, della tradizione (con un programma impaginato con criterio) anche se, nell’Immaginario e nel gusto collettivo, non basterà a sottrarre la straordinaria autentica musicalità di Ezio Bosso a quella strumentalizzata corrente di buonismo da rotocalco, nella quale veleggiano, beatificati, altri musicisti assai meno dotati di lui.

E l’ammirevole Ezio Bosso, con il suo entusiasmo professionale e la sua gioia della musica continuerà a fare notizia in quella fascia di popolarità dove (basta scorrere il web) ogni giudizio di merito è evitato e tenuto in sospeso mentre continua a diffondersi il sensazionalismo, dilagando proprio quella superficialità per cui Bosso giustamente si indigna nella sua serena, commovente sincerità di artista. Ma a questo corso è necessario adeguarsi e capire, per esempio, il bagno di folla che ha riempito la serata al Verdi di un pubblico in gran parte nuovo e di un successo delirante con accoglienze strepitose, standing ovation da film o da studio-tv, pioggia di fiori. Miglior Testimonial di lui il teatro triestino non avrebbe potuto avere per la propria stagione sinfonica ufficiale. Per l’ardore che Bosso ci mette nel piacere del far musica, di stimolare la partecipazione del pubblico, di comunicare con l’orchestra governata con equilibrio in quel programma beethoveniano della “libertà” che accostava il grande Stupore, la Suspense della Leonora n. 3 all’esaltazione della Settima Sinfonia. Bosso ne sostiene la dialettica confermandosi un direttore “vero”, che ha salda consapevolezza formale. Della grande forma in questo senso. È invece la forma breve che prevale nelle due composizioni londinesi dello stesso Bosso: Split (Postcards from far away) e Rain, variazioni sinfoniche per pianoforte e orchestra di recente fattura e di analoga struttura. Muove, la prima, da una cellula di cinque note in un’area che sembra fondere gli echi “baltici” contemporanei a quelli italianissimi alla Rota che la fanno vorticare in una sorta di visionario ballo da Gattopardo. Muove, lo spunto postromantico della seconda, nell’ambito di un effettismo minimalista “suggestivo” a pronta comunicativa, che il pubblico ha molto gradito, acclamando l’autore/pianista e direttore.

Gianni Gori

 

 

 

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