Echi misteriosi dell’ultimo Shostakovich

MOZART Ouverture da “Il flauto magico”; Concerto per pianoforte e orchestra n. 20 K 466 SHOSTAKOVICH Sinfonia n. 15 in LA maggiore op. 141 pianoforte Martin Helmchen Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore David Afkham

Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia, 26 novembre 2016

 

Sarà sicuramente una coincidenza, ma è curioso che l’Accademia di Santa Cecilia abbia programmato, nei giorni precedenti all’inaugurazione dell’Opera di Roma con il Tristan und Isolde, l’ultima sinfonia di Shostakovich: di questa oscura, enigmatica partitura, è infatti nota la pervicace citazione (prima affidata alla tromba, infine al clarinetto) del Galop dall’Ouverture del Guglielmo Tell, nonché quella del “Tema del destino” del Ring, ma non sfugge, all’orecchio dell’appassionato, la rievocazione, per due volte, delle prime tre note del Tristano: solo che la frase, invece di cadere sul “Tristan-Akkord”, risolve in tutt’altra direzione, sull’accompagnamento di una sorta di basso albertino! Pagina, come dicevo, di non facile interpretazione, che condensa in sé, come dice benissimo Piero Rattalino nel saggio contenuto nel programma di sala, lo “spirito di rivolta che, in modo ancora velleitario, serpeggiava nell’Unione Sovietica”, ma anche il senso di sconfitta, una sorta di Requiem laico che è condensato nel lungo assolo di violoncello; l’ultima sinfonia di Shostakovich viene letta dal giovane David Afkham scegliendo la strada della chiarezza espositiva, di una sorta di oggettività del fraseggio, che sembra procedere in maniera quasi meccanica. Anche il secondo movimento, che si apre con lunghi accordi degli ottoni, ha poco di lugubre, semmai evoca un’atmosfera sospesa, raggelata: questa strada interpretativa potrebbe forse apparire a-problematica, timida, ma io credo sia molto efficace per rendere una partitura che vive di equilibri interni delicatissime, dove l’ironia, la tragicità, lo scherzo, la brillantezza ritmica convivono in dosi ben calibrate. Notevolissima la prova dell’orchestra, fatto salvo qualche attacco non immacolato di trombe e tromboni, con una menzione per lo stupendo violoncello di Gabriele Geminiani.

Non è facile accostare, a questo Shostakovich, altra musica che completi il programma canonico di una serata: Afkham ha proposto l’ouverture dal Flauto magico (nell’ottica di un ulteriore opus ultimum) e il K 466, puntando sul tratto comune dell’ambiguità espressiva, della compresenza fra carattere serio e carattere leggero. E anche in Mozart si è confermata la scelta di una concertazione di estrema chiarezza, che rifugge dagli estremi: nel Concerto in re minore, in particolare, Afkham e il pianista Martin Helmchen hanno mostrato un suono luminoso, quasi perlato, lontano dai toni stürmisch spesso associati al K 466, però anche timbricamente un po’ povero. Un Mozart molto à la page, in linea con le tendenze odierne di fraseggi, tempi, sonorità, ma un tantino impersonale: mancava, soprattutto, quella dimensione teatrale per cui questo Concerto viene tradizionalmente visto come un “cartone preparatorio” del Don Giovanni. Molti applausi, comunque — che hanno condotto alla proposta, come bis, di un Preludio corale di Bach-Busoni –, laddove lo Shostakovich ha lasciato, nel pubblico, molti dubbi: non per la qualità dell’esecuzione, ma per la partitura stessa che, 40 anni dopo, ancora stenta ad essere capita.

Nicola Cattò

© Musacchio e Ianniello – Santa Cecilia

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