Deludono le Sonate di Godard

GODARD Sonate per violino e pianoforte n. 1 in do op. 1; n. 2 in la op. 2; n. 3 in sol op. 9; n. 4 in La bemolle op. 12 violino Nicolas Dautricourt pianoforte Dana Ciocarlie

APARTE AP124 (2 CD)

DDD 88 :00

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Va a finire che la cosa migliore del disco è la confezione, come sempre elegantissima quando alle spalle c’è il sostegno del Palazzetto Bru Zane, e in questo caso arricchita da un gran bel saggio introduttivo di Emmanuel Pélaprat. Sì, è vero, il nome può far ridere, ma scrive bene e in poche pagine ci rende familiari di un musicista noto quasi solo per il nome. Un musicista, Godard, per cui gli entusiasmi del bravo Emmanuel — stando a quanto si può ascoltare in questo e nei pochi altri dischi a quello dedicati — sono forse un poco eccessivi, ma non va certamente preso a gabbo, perché fu un personaggio quantomeno singolare. Nato nel 1849 — vale a dire quattro anni dopo Fauré, otto dopo Chabrier, quattordici dopo Saint-Saëns e sei prima di Chausson –, decise di dedicare i suoi maggiori sforzi creativi alla musica da camera, a un’epoca in cui, in Francia, era relegata nel canton dei poveri, soli compositori d’un certo spessore a esserle votati essendo Onslow e Gouvy (altri due nomi a lungo finiti nel dimenticatoio). Benjamin tenne botta per diversi anni — dopo esser stato, da bambino, un violinista prodigio, una volta cresciuto si dedicò prevalentemente alla viola, di cui divenne ricercatissimo professore dai principali ensemble cameristici francesi — guadagnandosi soprattutto la fama nei salotti parigini (il fondo sentimentale della sua musica rimase a lungo il rimprovero principale con cui se ne giustificava l’abbandono), e anche una certa visibilità nel panorama ufficiale della musica nella III Repubblica, ma non un vero e proprio successo. Sicché, a un dato momento, Godard lasciò la cameristica per dedicarsi alla più appetibile opera lirica — mostrando ancora una volta un tempismo perfetto — proprio quando Saint-Saëns e soprattutto Fauré riuscivano a restituir una più alta dignità alla musica d’insieme (come allora era detta nelle Gallie). Anche all’opera, per il povero Godard, che intanto aveva raggiunto appena quarantaseienne un mondo migliore, il successo risolutivo (con La Vivandière, non col Jocelyn, unico titolo ancora oggi un poco noto), sebbene non imperituro, arrivò soltanto postumo.

Si sta senza dubbio parlando d’un personaggio minore, ma la musa di Godard, se non fu la più splendida delle ispiratrici, fu una musa originale. Soprattutto per quanto attiene all’invenzione tematica, che mi sembra punti meno sull’immediato impatto della melodia strappapplauso che sul gioco delle sorprese, per il continuo scartar di direzione o d’umore, e per la personalità della distribuzione strumentale. Meno per la forma, tendenzialmente univoca e nel disco resa ancor più convenzionale dalla soppressione di alcuni ritornelli «scomodi» che ne avrebbero mostrato, invece, un taglio più mosso.

Per questo si finisce per non apprezzare del tutto una musica che avrebbe meritato un interprete più impegnato, il quale le permettesse di brillare di una luce più piena. Invece il violinista Dautricourt — un bel giovane à la page — mi sembra piuttosto un tombeur da Lyons Club che un musicista interessante (non proprio un degno erede di un Grumiaux, per intenderci). Così la sua prova appare modesta, sia per la genericità di un’interpretazione sostanzialmente inesistente — limitandosi il violinista a una lettura sciolta ma impersonale — che per il colore sonoro povero di sfumature (per non dir delle deficienze del colpo d’arco).

Il buono musicale del disco viene tutto da Dana Ciocarlie, la quale si dice formata alla scuola di Lipatti, della Haskil, di Radu Lupu e dichiara come fondamentale per la sua crescita l’incontro con Christian Zacharias: vale a dire quattro dei pianisti più noiosi che possa capitar d’ascoltare. Ma la paffuta pianista romena, da costoro ha saputo trarre solo i pregi del colore e del tocco, aggiungendo di suo una vitalità che quei morticini non potevano avere e una varietà d’umori che certo non le è venuta dal pensoso Lupu né dall’accademico Zacharias. Ne possiamo dunque apprezzare le lievi volate sulla tastiera della bella e ricca parte pianistica di queste Sonate, graziosamente agitante la superficie «ferma» delle strutture godardiane, il bel colore e quella personalità singolare che ci è parsa mancare invece — e gravemente — al suo violinista.

Bernardo Pieri

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