Delude la regia delle Nozze vicentine

MOZART Le nozze di Figaro M. Bussi, P. Biccirè, C. Lippo, D. Caputo, M. Rotondi, G. Donadini, A. De Gobbi, C. Zancopè, F. Pina Castiglioni, E. Fanton, F. Cholevans; Orchestra di Padova e del Veneto, direttore Giovanni Battista Rigon Coro I Polifonici Vicentini, direttore Pierluigi Comparin regia Lorenzo Regazzo scene Carla Conti Guglia costumi Riccardo Longo lighting design Claudio Cervelli coreografie Elisabetta Mascitelli

Vicenza, Teatro Olimpico, 11 giugno 2016

 

Con queste Nozze si conclude la trilogia mozartiana prodotta negli ultimi anni dalle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza, diretta da Giovanni Battista Rigon e messa in scena — se così si può dire per uno spazio particolarissimo come quello palladiano — da Lorenzo Regazzo, basso-baritono che da alcuni anni si dedica anche alla regia.

Se perplessità erano state espresse anche nelle due precedenti produzioni di Don Giovanni e Così fan tutte, altrettanto dobbiamo dire di questa. Non apprezziamo, perché inopportuni in un’opera come le Nozze di Figaro, che gronda vita vera, sensualità e carnalità ad ogni piè sospinto, il vezzo di insistere su mille particolari futili escogitati per lo più per strappare la risata del pubblico e distraenti rispetto al filo narrativo, i mille tic associati ai personaggi dapontiani, il macchiettismo di fondo con cui Regazzo ha inteso caratterizzare i diversi ruoli: tutto questo poco o nulla ha a che fare con il teatro mozartiano. C’è un’incomprensione o un fraintendimento di fondo: la musica di Mozart e il testo di Da Ponte non creano personaggi stilizzati o grottesche caricature di tipi teatrali alla maniera della commedia dell’arte, come le intende Regazzo. Nessuno dei personaggi delle Nozze, nemmeno il più piccolo, può definirsi tale. Le mille trovate registiche allora si sono sbriciolate come fragili corazze d’argilla indossati da uomini e donne nel pieno della loro pulsante vitalità.

Regazzo intendeva farne dei personaggi dei nostri giorni, freneticamente presi dalle manie di visibilità social a tutti i costi — la maniacale ed esagitata Marcellina intenta a scattare selfie ogni dove — dalla sessualità ondivaga tra pulsioni etero ed omosessuali, o bulimica come quella del Conte. Un Cherubino che canta la scoperta adolescenziale dell’altro sesso nel Non so più cosa son, cosa faccio squadernando mutande e reggiseni della sua raccolta personale, come una lista di conquiste dongiovannesche, ci è sembrato francamente tradire lo spirito mozartiano e di questo complesso e straordinario ritratto. E allora i momenti migliori sono parsi quelli in cui tutto era lasciato alla scabra sobrietà delle note, che hanno in sé una forte carica di teatralità, e la girandola delle invenzioni e dei cachinni per un attimo si fermava, come quando la Contessa intona il suo doloroso monologo Dove sono i bei momenti, assurgendo ad eroina tragica.

Un vero peccato perché la parte musicale e vocale era di tutto rispetto. Rigon ha diretto l’ottima Orchestra di Padova e del Veneto con bacchetta sicura, scegliendo tempi per lo più mossi e di grande teatralità: l’intrecciarsi degli interventi strumentali, specie dei fiati, avevano una precisione ed una luminosità di forte e trascinate impatto, lasciando intravvedere anticipazioni quasi rossiniane.

Il cast ha trovato nei quattro personaggi principali altrettanti validissimi interpreti: Daniele Caputo ha tratteggiato un Figaro dalla voce bellissima e di grande penetrazione. Carolina Lippo è stata una Susanna volitiva e vero motore della vicenda, con una vocalità di grande precisione e un fraseggio mobilissimo. Patrizia Biccirè ha dato corpo ad una Contessa presa dal dolore di un amore non corrisposto, cantando le due arie con delicato trasporto e una certa lunare malinconia che ne hanno fatto davvero due momenti di grande teatro. Marco Bussi, pur dotato di una voce non particolarmente potente, talvolta coperta dallo scalpitare dell’orchestra, ha disegnato un Conte mellifluo e un po’ viscido, come si conveniva alle scelte registiche.

Poco elegante, invece, il Cherubino di Margherita Rotondi, dalla vocalità sfogata e priva delle mille nuance che la parte richiede; francamente fastidiosa perché troppo insistita la verve debordante e da avanspettacolo, la Marcellina di Giovanna Donadini, che assommava in sé il peggio delle trovate teatrali escogitate da Regazzo. Buono il Bartolo di Antonio De Gobbi e il Basilo di Filippo Pina Castiglioni, perennemente in posa benedicente e preso da manie olfattive. Discreti Elvis Fanton come Curzio, Antonio Zancopè come Antonio e la Barbarina di Francesca Cholevas.

Stefano Pagliantini

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