Delude a Genova l’Edgardo di Andrea Bocelli

DONIZETTI Lucia di Lammermoor Z. Marková, A. Bocelli, S. Antonucci, M. Buccino, M. Nardis, C. Vichi, D. Pieri; Coro e Orchestra del Teatro Carlo Felice, direttore Andriy Yurkevych regìa Lorenzo Mariani scene Maurizio Balò costumi Silvia Aymonino

Genova, Teatro Carlo Felice, 3 giugno 2018

 

Inutile girarci attorno: il carattere distintivo di questa Lucia di Lammermoor genovese (una coproduzione con Bologna e Bilbao) risiedeva nella presenza di Andrea Bocelli, al debutto nel ruolo di Edgardo. Una scelta che forse è riuscita a smuovere il botteghino, in un periodo in cui spesso il pubblico è distratto da altri interessi: per la recita domenicale il teatro era quasi pieno, anche se le cronache riferiscono che alla Prima, invece, i vuoti in platea fossero vistosi. Dal punto di vista puramente artistico però il risultato è stato quello già esperito altre volte in passato: schierare Bocelli in un ruolo tenorile da protagonista significa in definitiva depotenziare l’impatto musicale e drammatico dell’opera intera. Il fraseggio risulta scolastico e faticoso, dato che la carenza di volume e accento induce Bocelli a forzare e schiacciare le note oltre il passaggio; ma anche scenicamente, per ovvi motivi, l’attore risulta impacciato e completamente privo di carisma, e tutto ciò che gli avviene attorno (dalla gestione dei movimenti scenici alla forzata schematicità della direzione d’orchestra) appare condizionato dalla sua presenza (a cui forse è anche dovuta la scelta, ormai anacronistica, di tagliare la Scena dell’Uragano). Potrà sembrare crudele nei confronti di un cantante il cui impegno è comunque evidente, ma devo ribadire i concetti già espressi nel 2012 su MUSICA 235, recensendo Roméo et Juliette: il teatro, purtroppo, non è democratico né politicamente corretto, e la credibilità musicale e scenica è un elemento necessario alla creazione dell’incanto poetico quintessenziale al melodramma. Inserirvi un elemento che non possiede i requisiti minimi per le sue necessità si rivela una forzatura che alla fine non giova né a lui, né all’evento in sé.

Accanto al sessantenne cantante toscano, la sorpresa di una protagonista di notevole livello, la praghese Zuzana Marková. La regìa di Lorenzo Mariani offriva di Lucia una lettura inconsueta, piuttosto contrastante con la fisionomia del personaggio tratteggiata da musica e libretto: appare in scena fumando assorta, quasi come un’emancipata fanciulla della Belle Époque (mi ha fatto pensare a Sogni di Vittorio Corcos), e anche nel seguito assume atteggiamenti più scostanti, meno passivi dell’usato, come nel duetto con Enrico, dove Lucia secondo la didascalia del libretto dovrebbe apparire pallida e smarrita, mostrando «i primi sintomi di un’alienazione mentale». La Marková, donna di notevole bellezza, ha saputo coniugare questi dettami scenici con i lati più fragili e sensibili di Lucia, offrendone una fisionomia personale, capace anche vocalmente di coniugare le due chiavi di lettura del personaggio, il soprano leggero di coloratura e quello drammatico di agilità: la voce è a posto tecnicamente, chiara ma sufficientemente corposa in tutti i registri, la gestione dei fiati eccellente, e soprattutto il fraseggio flessibile ed espressivo, capace non solo di sbrogliare eccellentemente e senza bamboleggiamenti momenti-chiave come la celebre cadenza, ma di accentare con sincerità e comunicativa episodi come il Larghetto della delusione d’amore «Soffriva nel pianto» nel Duetto col baritono. Ne è emerso un ritratto di giovane donna schiacciata ma non piegata da eventi più grandi di lei, per la quale la follia è in ultima analisi l’ultimo ricetto di una profonda e sofferta umanità.

In questa narrazione registica Enrico è un uomo protervo, ma minato da debolezze di varia natura: una fisionomia a cui Stefano Antonucci ha saputo ben rispondere, volgendo quasi a suo vantaggio una prima ottava carente di smalto. Di notevole impatto il possente Raimondo di Mariano Buccino: i suoi interventi hanno così ricevuto la necessaria autorevolezza, al fianco di un coro compatto e altrettanto vigoroso. Marcello Nardis (Arturo) ha faticato come innumerevoli altri colleghi sullo spinoso «Per poco fra le tenebre»; Didier Pieri è stato un Normanno un po’ esile ma di dizione nitida, e Carlotta Vichi una Alisa funzionale. La qualità della direzione di Andriy Yurkevych è apparsa più la pazienza che la personalità.

Valorizzato dalle luci creative di Linus Fellbom, l’allestimento, che come accennato sposta gli eventi nei primi decenni del Novecento, è risultato perfino più cruento di quello di Dario Argento, visto a Genova qualche anno fa: Lucia viene esposta impiccata sia sul Preludio che nel finale, trascina il cadavere di Arturo sui tavoli del banchetto, in posizione speculare al cervo su cui infierisce Enrico a inizio d’opera, e quest’ultimo tenta di stuprare sua sorella nel secondo atto: un’idea, quella delle pulsioni incestuose di Ashton, che piace molto ai registi (in maniera analoga ad esempio la vedeva Graham Vick), anche se a dire il vero per motivare il comportamento di Enrico bastano e avanzano le convenienze politiche, unite all’odio personale e atavico verso Ravenswood.

Roberto Brusotti

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