Da Rattalino a Gergiev, il finale del Festival Pianistico

«Debussy preraffaellita, impressionista, simbolista, astrattista»

Deux Arabesques ; Clair de lune ; Tarantelle styrienne ; La soirée dans Grenade ; L’isle joyeuse ; Des pas sur la neige ; Ondine ; La Cathédrale engloutie ; Ce qu’a vu le vent d’ouest ; Étude pour les degrés chromatiques ; Étude pour les octaves pianoforte Ilia Kim relatore Piero Rattalino

Nembro, Auditorium Modernissimo, 31 maggio 2018

DEBUSSY Prélude à l’après-midi d’un faune RACHMANINOV Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in re minore op. 30 CIAIKOVSKI Sinfonia n. 6 in si minore “Patetica” op. 74 pianoforte Federico Colli Orchestra del Teatro Mariinsky, direttore Valery Gergiev

Milano, Teatro degli Arcimboldi, 10 giugno 2018

 

La celebrazione degli anniversari artistici permette di riflettere con più attenzione circa il percorso compositivo del festeggiato e di raffinare la nostra percezione nei suoi confronti. Nello specifico, il centenario dalla morte di Claude Debussy aiuta a chiarire come, comunemente associato agli impressionisti, il musicista francese rappresenti, invece, un anello di passaggio o, per meglio dire, un vario rappresentante di tutti i movimenti sviluppatisi sul finire dell’Ottocento fino ai primi vent’anni del secolo scorso.

Se ne potrebbe accostare, ad ogni periodo della sua vita, uno specifico così da poterlo definire via via preraffaellita, impressionista, simbolista e astrattista. Nell’interessante ed articolata conferenza-concerto tenuta da Piero Rattalino e Ilia Kim al pianoforte, ad una breve ma approfondita e puntuale introduzione del noto musicologo è seguita una proposta di brani relativi all’assunto tematico su esposto. La bontà dell’esito della serata è stato dato dalla totale partecipazione del numeroso pubblico ed al senso di vivo interesse che trapelava nell’ascoltare sia la brillante spiegazione di Rattalino che la robusta esecuzione dei brani ad opera di Ilia Kim. La pianista coreana si discosta sin da subito da una esecuzione volta ad affondare nella più profonda sospensione sonora, proponendo scatti di fraseggio e una timbrica decisamente più marcata, in alcuni casi sicuramente spiazzante rispetto all’abitudine più recente, con un netto richiamo a Cortot e a certa tradizione d’oltralpe, incline ad un Debussy più scarno e scattante. I vari bis concessi, ed ampiamente graditi dal pubblico, hanno trovato l’apice nella lisztiana trascrizione per pianoforte del Preludio e morte di Isotta suonato con totale partecipazione del dramma wagneriano.

Finale scoppiettante del Festival, per caratura di interpreti e proposta di programma, nella cornice del Teatro degli Arcimboldi, ospitante per la prima volta il Festival di Brescia e Bergamo. Federico Colli e l’Orchestra del Mariinsky, per le cure del suo direttore Valery Gergiev, hanno dato prova della straordinaria eccellenza timbrica e virtuosistica della celebre compagine russa e del valore d’interprete del giovane pianista bresciano. Il primo pezzo, ascoltato alcune settimane prima in trascrizione pianistica per le mani di Martha Argerich e del suo compagno Eduardo Hubert, ora nella più appropriata sede orchestrale quasi svanisce di fronte al gigantismo corrucciato e psicanalitico del Terzo concerto in re minore di Rachmaninov. Federico Colli lo esegue con una padronanza timbrica, di fraseggio e una ricerca di intenzioni espressive decisamente fuori dal comune, tali da aprire veri squarci di novità su una pagina più che nota e della quale si suppone aver ascoltato ormai tutto. Gli si perdonano così alcuni vezzi, mutuati da un altro grandissimo interprete del concerto, il russo americano Vladimir Horowitz. Valery Gergiev non si limita a compartecipare all’esecuzione, ma scatena l’orchestra dove necessario, lasciandola respirare e palpitare nei pianissimi del secondo movimento e nelle ampie arcate delle frasi su cui si arrovella il tardo romanticismo del compositore russo.

Le due pagine in questione, cronologicamente non di molto posteriori all’ultima sinfonia di Ciaikovski, ne cedono il passo, per alcune caratteristiche, riscattandone così quella nomea di “zuccherificio” tardo romantico della quale il musicista russo era stato tacciato: lo scabro, scarnificato suono degli archi, soprattutto nel primo e quarto movimento,  la necessità di spezzare la frase quando, raggiunto ormai l’estremo del parossismo, occorre descrivere il nulla cosmico che si affaccia alla mente del compositore, la totale disperazione circa l’ineluttabile passaggio della vita umana verso un buio aldilà possono accostarne il nome a Gustav Mahler, anche nell’uso degli ottoni e percussioni quali annunciatori di un fato invincibile. Valery Gergiev esegue con cruda analisi tutta la partitura sospesa tra l’abbandono del sogno e la percezione ormai definitiva della nullità della vita umana, sbilanciandosi verso tale tragica consapevolezza.

Non si sprecano gli elogi verso la compagine pietroburghese, eccellente negli archi e per l’ottima resa dei legni: solo alcune, singole, debolezze degli ottoni la rendono più umana. Al termine numerose chiamate e attestazioni di stima verso il direttore russo, che non portano purtroppo allo sperato bis.

Emanuele Amoroso

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