Da Chailly a Barenboim, Lucerna sciorina i suoi tesori.

Riccardo Chailly e Denis Matsuev (© Peter Fischli/Lucerne Festival)

RACHMANINOV Concerto per pianoforte in re n. 3 in op. 30 CIAIKOVSKI Sinfonia in fa n. 4 op. 36 pianoforte Denis Matsuev Lucerne Festival Orchestra, direttore Riccardo Chailly

KESSLER Quartetto per archi e live electronics; NGH WHT per voce recitante e quartetto d’archi Mivos Quartet voce recitante Saul Williams

BACH Concerto brandeburghese in SI bemolle n. 6 BWV 1051 SHOSTAKOVICH / BAUMGARTNER Preludio in DO op. 87 n. 1 HAYDN Sinfonia n. 45 in fa diesis Hob I:45 «Degli addii» Festival Strings Lucerne, violino e direttore Daniel Dodds

PREVIN dal Concerto per violino Anne-Sophie: Andante (terzo movimento) SIBELIUS Concerto per violino in re op. 47 BEETHOVEN Sinfonia in LA n. 7 op. 92 violino Anne-Sophie Mutter West-Eastern Divan Orchestra, direttore Daniel Barenboim

MOZART Sonata in SI bemolle K 454 PROKOFIEV Sonata in fa n. 1 op. 80 BARTÓK Rapsodia n. 1 SZ 86 STRAUSS R. Sonata in MI bemolle op. 18 violino Leonidas Kavakos pianoforte Yuja Wang

Lucerna, Lucerne Festival, KKL Konzertsaal e KKL Luzerner Saal, 17, 18 e 19 agosto 2019

Per l’apertura dell’edizione 2019 il Festival di Lucerna ha puntato su una doppia serata di grande impatto scenografico e mediatico, con la scintillante Lucerne Festival Orchestra, il suo direttore musicale Riccardo Chailly e un virtuoso purosangue del calibro del pianista russo Denis Matsuev, solista nello spettacolare Terzo concerto di Rachmaninov. Il programma guardava tutto al Tardoromanticismo russo, affiancando a Rachmaninov una sinfonia di Ciaikovski, la Quarta. Tutto era pensato per conquistare il pubblico ed il pubblico è stato conquistato, anche perché Matsuev in Rachmaninov si trova nel suo elemento naturale e le debordanti sonorità del sinfonismo di Ciaikovski (penso al denso e virtuosistico finale) sono state esaltate dalla perfezione tecnica della Lucerne Festival Orchestra e dalla splendida acustica del KKL, dove si sente tutto con assoluta chiarezza, dai pianissimi ai fortissimi, e dove tutto arriva morbido alle orecchie dell’ascoltatore.

Nemmeno in Ciaikovski Riccardo Chailly rinuncia alla vitalità, al nitore ed alla spigliatezza che sono tra i suoi tratti distintivi e che a Lucerna ha già avuto occasione di mostrare le scorse estati nell’Ottava di Mahler e nello Stravinski dell’Uccello di fuoco e della Sagra della primavera. La sua interpretazione della Quarta sinfonia era vigorosa e superba per quanto riguarda la resa strumentale (incisivi e brillantissimi gli ottoni nella celebre fanfara iniziale, il tema del «destino», impeccabili e perfettamente in sincrono i pizzicati degli archi nello Scherzo), trascinante per l’impeto ritmico, fraseggiata con enfasi e abbandoni (molto suggestivo il tema dell’oboe nell’Andantino in modo di canzona), ma non lasciava trasparire più di tanto la dolorosa malinconia di cui la musica di Ciaikovski è intrisa e che nella Quarta sinfonia emerge in particolare nel primo movimento.

Ancora meno incline alla malinconia appare Denis Matsuev, un pianista tetragono e dal virtuosismo fenomenale per l’incisività del tocco ed il gigantesco volume di suono che riesce ad ottenere dal suo pianoforte, un volume emerso in modo eclatante nella cadenza del primo movimento del Terzo di Rachmaninov ascoltato a Lucerna. Pianista dall’aspetto imponente e dalle grandi mani, Matsuev aggredisce la tastiera con la forza di un toro facendo scorrere sotto le sue dita d’acciaio un inarrestabile diluvio di note. Se nelle battute d’esordio del Concerto si avvertiva della discrepanza tra il fraseggio morbido di Chailly e l’incedere impassibile di Matsuev, i cui piani e pianissimi erano perfettamente bilanciati ma per così dire asettici nella loro uniformità timbrica e dinamica, a poco a poco il virtuoso russo ha preso per sé tutta la scena con la sua sfrenata vitalità. Senza dubbio il suo Rachmaninov è tutto sbilanciato verso il virtuosismo digitale e la potenza del suono e per questo motivo riteniamo che l’interprete di riferimento di Rachmaninov dei giorni nostri non sia tanto Matsuev quanto Lugansky, in cui intensità emotiva e virtuosismo trovano un perfetto punto di equilibrio. Eppure di fronte al vigore fisico di Matsuev è difficile restare indifferenti. Travolgente nell’attacco del Finale, affrontato senza alcun timore a velocità a tratti folle ma senza che alcuna nota andasse perduta, Matsuev del resto è anche in grado di fraseggiare con eleganza, perché se il suo timbro resta sempre piuttosto omogeneo il fraseggio, al contrario, possiede quella flessibilità che a Lucerna gli ha permesso, per esempio, di rendere molto bene il carattere lirico del secondo movimento. Lontana dal suo universo emotivo è invece la malinconia, quel senso di morte e di sconfitta che sembrano affiorare anche nei momenti più vitali della musica di Rachmaninov, e che invece restano in secondo piano nelle interpretazioni sane e solari di Matsuev.

Anne-Sophie Mutter e Daniel Barenboim (© Peter Fischli/Lucerne Festival)

Molto diverso è il rapporto tra Anne-Sophie Mutter e il virtuosismo. Con la violinista tedesca il virtuosismo è solo la premessa dell’avventura interpretativa, una premessa tenuta nascosta tra l’eleganza e le finezze di un’arte raffinata e sublime. Lo si avvertiva nella purezza di linee e di intonazione del terzo movimento del Concerto per violino scritto per lei nel 2001 dal marito André Previn, scomparso lo scorso febbraio. Elegante e discreta, la violinista tedesca, oggi cinquantaseienne, si è lasciata avvolgere dal vestito sonoro della West-Eastern Divan Orchestra di Daniel Barenboim, compagine ospite fissa del Festival di Lucerna che celebra il ventennale della sua attività. Raggiungere un buon amalgama sonoro tra solista e interprete è essenziale in una partitura così suggestiva, nella quale l’emotività gioca un ruolo essenziale. Previn l’ha composta pensando al pubblico oltre che all’interprete, optando per una scrittura orchestrale stringata e senza eccessive complessità ed una parte solistica al contrario molto ricercata, soprattutto sul piano timbrico.

Anne-Sophie Mutter non possiede il grande volume di suono di certi giovani violinisti iper-virtuosi né del resto fa nulla per cercarlo, come non cerca la brillantezza preferendo puntare su un fraseggio di un’eleganza segreta, su sovracuti perfettamente levigati, su un colpo d’arco infallibile e sull’agilità della mano destra. A Lucerna lo si è visto anche e soprattutto nel Concerto per violino di Sibelius, affrontato quasi con pudore, senza enfasi e senza forzature, nel segno di un suono piccolo e morbido, un suono che non si impone all’ascoltatore con la sua fisicità e che lo costringe a fare lo sforzo di catturare la musica. Forse nel primo movimento la Mutter era troppo in primo piano rispetto all’orchestra e nel movimento conclusivo i giovani della West-Eastern Divan non hanno sempre trovato la necessaria leggerezza, eppure è stata una serata di grandi emozioni — basterebbe pensare alla dolcezza con la Mutter ha reso il delicato movimento centrale.

Nella seconda parte della serata Barenboim e la West-Eastern Divan Orchestra hanno affrontato la Settima sinfonia di Beethoven, una scelta simbolica visto che proprio con la Settima era iniziata, nel 1999, l’avventura di questa orchestra giovanile unica nel suo genere, che rinasce ogni estate riunendo musicisti israeliani e palestinesi e dei paesi arabi, accanto a musicisti provenienti dalla Spagna, dalla Turchia e dell’Iran. Barenboim ha staccato come al suo solito tempi molto larghi, senza però mai far cadere la tensione drammatica, facendo respirare a pieni polmoni un’orchestra tecnicamente solida (a parte qualche sbavatura dei corni nel primo movimento e qualche piccola incertezza degli archi) e ben amalgamata timbricamente, per quanto gli archi gravi a volte tendessero a prevalere su viole e violini. Limitando la gestualità all’essenziale, Barenboim ha preferito lasciar suonare i suoi giovani piuttosto che stimolarli, se non nella corrusca e drammatica ouverture beethoveniana Egmont ottenuta dalla platea come bis a furor di applausi.

Il concerto del Mivos Quartet (© Priska Ketterer/Lucerne Festival)

Con il tempo il cartellone di Lucerna si è aperto a nuove esperienze, in particolare alla musica contemporanea, sperimentando anche inedite intersezioni tra la musica classica ed altri generi. È accaduto nel concerto della tarda serata di sabato, il primo della serie dedicata al «composer-in-residence» Thomas Kessler, con il Mivos Quartet e la voce recitante del rapper e poeta americano Saul Williams. Del compositore zurighese, classe 1937, sono stati presentati il suggestivo Quartetto per archi e live electrocnics del 2013, in cui i «loops» dei rudi frammenti melodici dei singoli strumenti, moltiplicati da otto grandi casse acustiche, finivano per creare una sorta di minacciosa ombra sonora sullo sfondo, e NGH WHT per quartetto d’archi e voce recitante, composto tra il 2006 e il 2007 proprio per Saul Williams. NGH WHT è una pagina allucinata e ipnotica, in cui la musica si modella sulla cadenza incessante e provocante della voce di Saul Williams (trenta minuti di durata sono però davvero troppi), anche se questi esperimenti cross-over tra il mondo classico e altri mondi musicali rischiano di restare degli episodi fine a se stessi, incapaci di generare un linguaggio nuovo.

Anche quest’anno abbiamo avuto modo di assistere al concerto pomeridiano della Festival Strings Lucerne e del suo direttore, il violinista Daniel Dodds. Un’orchestra brillante, un programma agile e delle interpretazioni fresche e dirette, per quanto non sempre rifinite. Il pubblico ha apprezzato, a noi il Sesto concerto brandeburghese bachiano è apparso piuttosto sfuocato nel fraseggio, nelle sonorità e nell’intonazione, mentre la Sinfonia «Degli addii» di Haydn è stata piacevole, in un’interpretazione appena abbozzata ma con il pregio della vivacità e della luminosità.

Leonidas Kavakos e Yuja Wang (© Priska Ketterer/Lucerne Festival)

Sulla carta il matrimonio musicale tra Leonidas Kavakos, protagonista di numerosi appuntamenti quest’anno a Lucerna come «artiste étoile», e Yuja Wang nel loro lungo recital cameristico dedicato a Mozart, Prokofiev, Bartók e Richard Strauss, sembrava impossibile e in effetti è riuscito solo a metà. Il suono a tratti imponente e fastoso a tratti sottile come una lama di coltello del violinista greco faticava infatti a conciliarsi con il pianismo brillante e bizzarro della Wang, quasi sempre rimasta in secondo piano. Sul piano delle intenzioni i due musicisti erano comunque in sintonia, come ha rivelato la drammatica interpretazione della Sonata in fa n. 1 di Prokofiev, il momento più alto dell’intero recital. Le atmosfere soffocanti e prive di luce di questo capolavoro di virtuosismo e disperazione sono emerse tutte in una lettura tesa e concentrata, fin dalle prime battute in cui si aveva la sensazione, ascoltando il violino affilato e impassibile di Kavakos, di essere avvolti da un mare di nebbia. Il finale del I movimento è apparso vitreo e privo di luce nei suoi armonici resi da Kavakos con una perfezione fredda come l’acciaio; è un passaggio chiave della Sonata, destinato a ricomparire alla fine del movimento conclusivo, un passaggio che per Prokofiev dovrebbe suonare «come se il vento soffiasse sulle tombe di un cimitero». Rimarchevoli erano le allucinate atmosfere notturne del terzo movimento in cui sia la Wang sia Kavakos hanno giustamente rinunciato ad ogni dolcezza sentimentale, impressionante è stato il virtuosismo di fuoco con cui Kavakos si è lanciato nel barbarico e funambolico secondo movimento.

Il problema è che i due hanno approcciato Mozart allo stesso modo, con un rigore nell’agogica ed una uniformità nel timbro i quali hanno finito per privare la Sonata in SI bemolle K 454 di molto del suo fascino melodico e della sua eleganza. Forse all’inizio della serata Kavakos e la Wang dovevano ancora entrare in sintonia, forse il pensiero era già tutto rivolto alla successiva Sonata in fa n. 1 di Prokofiev, il risultato è stato un Mozart eseguito — nemmeno in modo impeccabile per quanto riguarda l’intonazione — più che interpretato, un Mozart senza grazia, serioso e freddo. Tutto l’opposto del fuoco che i due hanno fatto divampare in Prokofiev, in un’interpretazione emozionante non solo per un virtuosismo che Kavakos possiede in sommo grado (da incorniciare i pizzicati incisivi e perfettamente in sincrono con il pianoforte del quarto movimento) ma anche e soprattutto per una tensione drammatica che non veniva mai meno e che ha lasciato senza fiato la platea del KKL.

Più ordinaria è stata l’interpretazione della Sonata in MI bemolle op. 18 del giovane Richard Strauss, il cui debordante impeto sonoro già sembra proiettato verso i futuri capolavori orchestrali e la cui densità di scrittura avrebbe forse richiesto al pianoforte un interprete più appassionato e dotato di suono più ricco di quanto non sia Yuja Wang. In effetti le sonorità pastose, la cavata generosa, l’approccio energico e appassionato di Leonidas Kavakos non hanno sempre trovato il sostegno di una Wang decisamente più misurata se non a tratti fredda. Altri sono stati gli esiti dell’interpretazione della Rapsodia n. 1 di Béla Bartók, il cui vitalismo di matrice popolare è stato reso fino in fondo in una lettura tanto precisa quanto ricca nel suono e travolgente per l’intensità emotiva.

Luca Segalla

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