Conlon torna a Roma con il suo intenso Britten

BRITTEN The prodigal Son L. Elgr, J. Creswell, L. Bonner, M. O’Neill; Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma, Allievi della Scuola di canto corale, direttore James Conlon regia Mario Martone

Basilica di Santa Maria in Aracoeli, 4 luglio 2014

La parabola più toccante del Vangelo di Luca ha trovato in musica un’eco abbastanza limitata: vero spicco hanno solo l’opera omonima di Ponchielli (dall’improbabile libretto); l’interessante cantata Le retour de l’enfant prodigue di Darius Milhaud, del 1917, su testo di André Gide; il balletto, bellissimo, di George Balanchine, con la musica di Sergei Prokofiev (canto del cigno dei Ballets Russes di Diaghilev, a Parigi nel 1929, per i décors di Georges Rouault); e questa “parabola per un’esecuzione in chiesa” di Benjamin Britten, rappresentata per la prima volta nella Oxford Church al Festival di Aldeburgh del 1968. Dopo Curlew River del 1964 e The Burning Fiery Furnace del 1966, The prodigal Son chiude quella trilogia di parabole da chiesa che resta fra le cose più densamente lavorate dell’opus britteniano. Rispetto a Curlew River (visto nella stessa sede la scorsa estate), ma anche a The Burning Fiery Furnace, l’attuale partitura appare meno ammantata di simboli e di letteratura, meno rituale, più concreta nel far propria l’icona di misericordia del Vangelo, più volta a scendere senza ambagi nel profondo della coscienza umana, per svelarne l’angelo e la bestia, per illuminarvi le vie al pentimento e alla Grazia. I pregi strumentali pur eccelsi – lo scorrere da un’austerità cameristica a brandelli jazz violentissimi, e viceversa, è attuato con ineffabile coerenza di trapassi – sono superati da un trattamento delle parti corali o d’ensemble d’un pregio forse ultimo (insieme a Poulenc) nella musica del Novecento. Così come l’aria (o l’arioso) hanno per Britten ancora il senso di luoghi ove il canto è – per dirla con Sant’Agostino – ciò che “con le sole parole non puoi esprimere e che d’altra parte non puoi tacere”, ciò che evoca “vampate di più affetti” e suscita “pungente commozione”. Arte anch’essa estrema nella storia.

Di livello almeno pari a quello di Curlew River, la produzione portata dal Teatro dell’Opera di Roma nella sede ideale della Basilica d’Aracoeli. James Conlon padroneggia il lessico britteniano in modo probabilmente oggi senza confronti per capillare e lunga consentaneità. Diremmo eccelsa sotto la sua bacchetta l’architettura complessa costruita dal suono e dal silenzio: quasi il suono sia volta, colonna, muro, pavimento per creare un “vuoto” ch’ è in realtà spazio misurato e voluto, silenzio non sordo e muto, ma vibrante d’echi ricordati e attesi. Impeccabili le sobrie compagini corali (Roberto Gabbiani applauditissimo) e strumentali. E d’alta qualità le voci in campo. Il protagonista, Ladislav Elgr, timbro un po’ secco, ma fraseggio nervoso e incisivo, oltre che formidabile attore; il Padre, un James Creswell assai diverso dal creatore del ruolo, l’elegante John Shirley-Quirk (scomparso di recente), di lui più sonoro e più sanguigno, latore di un perdono che non rinnega né le antiche radici nella terra, né la propria autorità. Insinuante e malefico nella sua camaraderie apparentemente svagata, la voce giustamente appuntita, quasi androgina, era il Tentatore di Matthew O’Neill; e solido, concreto il baritono americano Liam Bonner, un Fratello maggiore drammaticamente aggressivo. Lo spettacolo di Mario Martone, con i costumi di Ursula Patzak, mostrava ancor più confidenza con gli spazi dell’Aracoeli, stavolta divisi da una vasta tenda rossa, un “di là” oltre il quale è “il paese lontano”, una moderna Babilonia mostrata per brevi flash onirici attraverso repentine aperture; “di qua” la casa paterna, i campi, il lavoro, la mensa della riconciliazione e della festa per “colui che era perduto ed è ritrovato”. In mezzo, lungo la navata centrale, il percorso dell’allontanamento e del ritorno del Figlio minore, quello nell’abbigliamento splendido dell’illusione, questo ormai nudo e scalzo, ormai povero e schiavo. Il Padre lo rivestirà d’un mantello rosso, a riproporre per una frazione brevissima di tempo il gesto e le cromie del celebre quadro di Rembrandt. L’anno prossimo The Burning Fiery Furnace? Lo speriamo, nonostante nell’annunciata e ricca stagione 2014-2015 il titolo non appaia: ma lo stesso Conlon in un’intervista dice di “lavori in corso” a tal fine, per giusta completezza di una proposta culturale importante.

Maurizio Modugno  

Teatro dell’Opera di Roma - The Prodigal Son, musica di Benjam Teatro dell’Opera di Roma - The Prodigal Son, musica di Benjam Teatro dell’Opera di Roma - The Prodigal Son, musica di Benjam

© Luciano Romano

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