Concerto, opera e cinema chiudono la stagione a Roma

CONNESSON Les cités de Lovecraft ORFF Carmina Burana M.C. Chizzoni, M. Santarelli, D. Jenis; Orchestra, Coro e Voci bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Krzysztof Urbański

Roma, Parco della musica, Sala Santa Cecilia, 14 giugno 2018

PUCCINI La bohème; V. Yeo, G. Berrugi, O. Kulchynska, M. Cavalletti; S. Del Savio, A. di Matteo, M. Peirone, S, Petruzzella; Orchestra, Coro e Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Henrik Nánási; regia Alex Ollé, scene A. Flores

Roma, Teatro Costanzi, 17 giugno 2018

FORMAN Amadeus, film e colonna sonora dal vivo con musiche di MOZART Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Ludwig Wicki

Roma, Parco della musica, Sala Santa Cecilia, 20 giugno 2018

 

All’insegna della varietà dei generi le due massime istituzioni musicali romane fanno scendere il sipario sulla stagione 2017/2018. L’ultimo concerto del cartellone dell’Accademia di Santa Cecilia riportava un titolo più volte sperimentato, i Carmina Burana di Carl Orff, ma facendolo precedere da una novità assoluta per l’Italia Les cités de Lovecraft del francese Guillaume Connesson e affidandone la direzione ad un talento di fresco conio, Krzysztof Urbański, al suo debutto sul podio della Sala Santa Cecilia. Debutto felice, diremmo, avanzando appena una riserva sulla non sempre nascosta evidenza d’un ancor incompleto affiatamento tra il giovane polacco e i professori ceciliani. Tuttavia i Carmina di Orff son venuti fuori con bellissimo staglio. La precisione del gesto, l’indubbia potenza dinamica, il personale gusto grandiosamente pittorico (Urbanski dirige volentieri The planets di Holst come Le sacre du printemps o come la colonna sonora di Star Wars), l’improvviso, assorto isolarsi dei momenti lirici, hanno dato luogo ad una lettura senz’altro lucida e moderna, spettacolare più che sapiente (qual era Jochum) o appassionata (qual era Ozawa). Tra i solisti emergeva senz’altro il fosco baritono Dalibor Jenis, alle prese con una parte a dir poco improba per abnorme estensione e singolari istanze espressive. Bella e delicata la voce di Maria Chiara Chizzoni, tuttavia talora a disagio in quelle note lunghe, lunghissime sopra il pentagramma. Assai divertente il controtenore Marco Santarelli, nell’ironico lamento del cigno, con tanto di bianche penne qua e là smarrite.

L’autore di Les cités de Lovecraft, Guillaume Connesson (classe 1970, allievo di Marcel Landowski), appartiene alla corrente detta néo, qual che sia il seguito di tal prefisso (tonale, romantica etc.) e il brano ascoltato prende le mosse dai racconti di Howard Phillips Lovecraft, maestro negli USA di una letteratura fantastica, spesso horror, figlia prediletta quanto meno di Edgard Allan Poe. I tre pannelli di queste Cités propongono sonorità violente, esasperate, talora orgiastiche, non lontane dal Richard Strauss di Salome o dai soundtracks di Bernard Hermann, seppur con un viraggio alla francese che non dimentica il Debussy di La mer. Interessante, soprattutto per saggiare le capacità di una grande orchestra. Quella dell’Accademia si è mostrata largamente all’altezza, così come il Coro e le Voci Bianche nel polittico di Orff.

La bohème di Puccini è uno di quei cinque titoli del repertorio operistico che garantiscono ovunque il tutto esaurito a tutte le recite. E così è stato per questa edizione di prima estate al Teatro Costanzi, con i palchi e la platea debordanti di folla d’ogni angolo del mondo. Che, crediamo, dai sottotitoli e comunque dalla regia di Alex Ollé, è stata ben messa in grado d’arrivare al nucleo della vicenda. In verità proprio la messa in scena di Ollé si è mostrata l’elemento di maggior attrattiva, Già vista a Torino, l’idea modernizzante del regista catalano non solo rimane nel cerchio pregiato del buon gusto, ma declina in metri attuali la poesia insita nella storia di Murger e nella musica di Puccini. È certo che i quattro studenti oggi non abiterebbero le ormai preziose mansarde del Quartiere Latino o di Montmartre, ma una periferia fatta di incombenti mostri edilizi; ed è certo che lattivendole e pollaiole oggi servono nei supermarket; ed è infine certissimo che non si muore più oggi di mal sottile, ma d’altre ancor incurabili patologie. E se dunque s’eccettua lo spazio appena troppo angusto dell’appartamento dei bohémiens, ove riusciva a tutti difficile muoversi e spiccare, quel che abbiamo visto (soprattutto il quadro del Café Momus) é di ragguardevole qualità visiva e di minuziosa cura attoriale. Meno importante è apparsa la direzione dell’ungherese Henrik Nánási: la fredda oggettività della messa in scena avrebbe richiesto, a renderne esplosiva “per contrasto” la miscela, una lettura ai bordi dell’espressionismo, forte e vibrante, tragica forse. Invece Nànàsi si è limitato ad esibire la partitura, quasi sempre con inappuntabile correttezza, sempre con una snervante assenza d’emozioni. Il cast vocale non è apparso né trascinato dal direttore, né a sua volta trascinante. Deludeva soprattutto la Mimì di Vittoria Yeo, voce di qualità media, interprete poco o nulla incantevole (qual Mimì ha da esser sempre); migliore per il bel timbro lirico il Rodolfo di Giorgio Berrugi, tenore dedito anche a parti più impegnative, ma ora in qualche modo appartato, come insensibile ai fremiti e agli slanci luminosamente giovanili che qui sarebbe lecito attendersi. Assai riuscita per contro la Musetta dell’ucraina Olga Kulchynska, piccante ma non volgare, squillante nel registro superiore, ma non aspra. Meno di rilievo gli altri, anche se Massimo Cavalletti merita una menzione per la vivace resa teatrale del suo Marcello. Benissimo l’orchestra, bene i cori più volte e diversamente impegnati.

Il 20 e il 21 giugno l’Accademia di S. Cecilia offriva un sontuoso corollario alla stagione con la proiezione, in HD e integrale, del film Amadeus di Miloš Forman, la cui colonna sonora, a suo tempo approntata e diretta da sir Neville Marriner, per massima parte (ossia eccettuate le voci dei cantanti nei brani operistici) era eseguita dal vivo dall’Orchestra e dal Coro dell’Accademia diretti da Ludwig Wicki. Rivedere Amadeus dopo diversi anni, è stato causa di conferme o meglio, di verifiche. Prima di queste ultime, certo, quella che porta a constatare la fragilità del testo di Peter Shaffer (e del suo adattamento a sceneggiatura), poco credibile, a ben vedere, non solo nei suoi assunti storici, ma anche nella pochezza e nella schematicità di taluni dialoghi e di talune raffigurazioni umane. Il film, nonostante ciò, è splendido: per lo stacco mozzafiato dei tempi, per la ricchezza inesauribile delle immagini, per la cura capillare dei dettagli e per la sinergia, talora deflagratoria, con la musica di Mozart. Anzi, proprio l’esecuzione dal vivo di questa, ha svelato come siano le trenta e più composizioni del Salisburghese scelte da Marriner, le vere, assolute protagoniste del film. Protagoniste di avvolgente, sublime, arcano, inesausto carisma, tale da nobilitare ogni sequenza, ogni fotogramma che le riceva. La direzione dello svizzero Ludwig Wicki è apparsa commendevole sia in quanto lettura mozartiana tout court, sia e soprattutto in quanto “colonna sonora”, che è a dire con un plus di magniloquenza (alla Stokowski) che tal genere richiede e talora impone. Pubblico enorme ed entusiasta.

Maurizio Modugno

 

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