Chi ha veramente scritto il Messiah e i Gradus ad Parnassum? Un genio austro-napoletano misconosciuto.

Accademia della Bufala, nuova serie, n. 3

di Carlo Vitali

 

Umilmente ispirandosi alla rocciosa erudizione e alle brillanti tecniche espositive di cui ognora dà prova la Sondermusikschule di Sondrio, lo scrivente cerca qui di abbozzare una breve memoria nel loro (oh, rabbia!) inimitabile stile. Suppongo che i professori Bianchini e Trombetta non mancheranno di citarmi nell’imminente traduzione del loro magnum opus in molte e disparate lingue estere. Fin d’ora li ringrazio dell’onore, che mi sarà più caro delle mie precedenti pubblicazioni händeliane (tutte peer-reviewed) stampate in varie date a Venezia, Cremona, Cambridge e Göttingen.

Nella loro meritoria opera di smascheramento della corrotta Musikwissenschaft protonazista, nazista e neonazista, i professori Bianchini e Trombetta hanno rivelato al mondo attonito che il celebre “Hallelujah” di Händel altro non è se non un vergognoso plagio da una certa Fuga inedita di Gallario Riccoleno, anagramma di Arcangelo Corelli: “Il Sassone […] ha profittato lì a Londra della poca conoscenza dei suoi contemporanei della musica del continente, per far passare composizioni d’altri come fossero pezzi suoi. Pensiamo ad esempio […] alla Fuga del Messia che non è del Messia, ma di Corelli” (1).

Vano lo sforzo di Accademici e Gazzettanti per difendere la reputazione del Pancione di Halle (2) con capziose argomentazioni filologiche, rivelatrici della loro malafede negazionista supportata da una mentalità di bidelli del positivismo teutonico (3). Alle trionfali dimostrazioni della Scuola di Sondrio, rifondatrice della scienza musicologica non impressionista sulle orme del principe Fausto Acanfora di Torrefranca (1883-1955), siamo ora in grado di aggiungere un nuovo dettaglio più che mai illuminante e finora trascurato dagli specialisti. Anche l’incipit del coro pseudo-händeliano è plagiato da un maestro di origini italiane; quel Johann Joseph Fux che finora sembrava una malaugurata parentesi nella gloriosa sequenza dei Kapellmeister imperiali viennesi fra Sei e Settecento: i sommi Antonio Pancotti, Marcantonio Ziani e Antonio Caldara.

Cominciamo dai fatti. Nella colonna di sinistra compare il tema del secondo movimento dalla Sonata Pastorale à 3 di Fux (K. 397), in quella di destra il ben noto attacco del Sassone plagiario.

 

 

La scandalosa identità del profilo melodico-ritmico è malamente dissimulata dal doloso trasporto della tonalità da Fa maggiore a Re maggiore, nonché dal Re puntato che banalizza la più piccante anacrusi dell’originale (semiminima + pausa di croma). Secondo le annotazioni sul manoscritto oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Vienna (4), la Sonata Pastorale à 3 fu eseguita dai musici della cappella imperiale nelle seguenti date del tempo liturgico natalizio: 27.12.1730, 28.12.1741, 25.12.1743, 25.12.1744, 28.12.1749. Gli idolatri del Pancione anglotedesco, basandosi acriticamente sulle millanterie della sua partitura autografa, affermano che egli avrebbe composto il suo prolisso oratorio antisemita e cripto-massonico fra il 22 agosto e il 14 settembre 1742. Dunque aveva fretta; e per questo rubacchiò a destra e a manca come suo solito (5).

Per una volta ai danni di un collega austriaco e non italiano? Andiamoci piano con le conclusioni affrettate. Il primo biografo di Fux e catalogatore delle sue opere è il famigerato cavaliere von Köchel (6), più noto per il suo mendace catalogo mozartiano (7). Mineralogista, botanico e dilettante di flauto, questo servile burocrate asburgico guadagnò dai suoi padroni bustarelle, pensioni e un titolo nobiliare cancellando dal mito turistico della Wiener Klassik ogni imbarazzante traccia delle sue autentiche radici italiane. In questo caso accollando a Fux un albero genealogico immaginario grazie all’invenzione di un incendio che nel 1662 avrebbe distrutto l’archivio della parrocchia di Hirtenfeld, oscuro villaggio della Stiria che già nel nome (“campo dei pastori”) tradisce un infimo livello di cultura agro-pastorale. I musicologi nazionalisti Flotzinger e Wellesz affermano invece che il parroco don Petrus Hoffer cominciò a tenere ex novo i registri battesimali soltanto nel 1663, così contravvenendo al precetto canonico del Concilio tridentino (8).

Trascuratezza inconcepibile, eppure molto comoda per fissare la data di nascita del compositore al “1660 circa”, così facendone un figlio putativo di madre ignota e del contadino Andreas Fux. Dove avrebbe dunque imparato la raffinata scienza del contrappunto di cui farà pompa nel celebre trattato latino Gradus ad Parnassum (1725)? Secondo i falsari nazionalisti, durante i suoi studi di Legge, peraltro abbandonati a metà (!), all’Università gesuitica di Ingolstadt. Questa città, culla degli Illuminati di Baviera, è molto cara alla leggenda asburgico-nazista; si censura invece l’immancabile Grand Tour di perfezionamento in Italia, che i suddetti falsari ritengono soltanto ipotetico e non sicuramente databile. Vergogna su di loro! (9).

Fermo restando il celebre primo postulato del Teorema di Taboga per cui “non esistono geni autodidatti”, siamo ora in grado di rettificare le sordide bugie pangermaniche grazie a un documento gentilmente speditoci in fotocopia da un violinista e collezionista piemontese, il quale lo acquistò anni or sono da un rigattiere di Modena.

Trascrizione diplomatica: “Die 14.a Jänner 1696. Der hochgeleh:[rter] h:[err] Joh:[annes] Matth:[äus] Vulpius packm:[eister] u:[nd] org:[el]p:[au]er aus Sallurn bey Neappel [sic]. Obijt heri sero ob febrem pulmonar:[iam] a[:]nno cir:[citer] XLV aet:[atis] sue im hiesig:[en] Pfar:[rhau]se. Vir valdé peritus in reb:[us] Musicis, reliq:[uit] Fil:[ium] un:[igenitum], jitztig:[en] Organistam beym Schot[t]enhoff zu Wienn.

Ego [firma illeggibile] Paroch:[us] f:[idem] f:[acio]”.

Traduzione: “Addì 14 gennaio 1696. Il dottissimo signore Giovanni Matteo Volpe, mastro fornaio e organaro da Salerno presso Napoli. Morì ieri sera di polmonite in questa casa parrocchiale all’età di circa 45 anni. Uomo assai esperto di cose musicali, ha lasciato un unico figlio attualmente organista del Convento Scozzese a Vienna.

Io [firma] parroco attesto”.

Trattasi con ogni evidenza di un foglio strappato da un registro parrocchiale di decessi; la menzione di un figlio impiegato presso la ricca abbazia benedettina di Vienna corrisponde in pieno alle vicende biografiche del giovane Fux, di cui ora emergono incontestabilmente la vera paternità e l’origine meridionale italiana. Infatti il cognome Volpe è tuttora diffuso in area campana, e il secondo nome del padre (Matteo) è un ovvio tributo al santo Evangelista patrono di Salerno. Il documento lo descrive come organaro e mastro fornaio; probabilmente vendeva friselle e pizza bianca coi friarielli, squisitezze di una dieta mediterranea che i lardosi mangiacrauti ci invidiano da secoli (10). Emigrando al nord in cerca di fortuna come tanti altri suoi conterranei prima e dopo di lui, quel versatile artista pensò di germanizzare il proprio cognome in Fuchs o Fux, l’equivalente tedesco di “volpe”. Fu senza dubbio lui a trasmettere al figlio i precetti del venerabile “contrappunto osservato alla Palestrina”, che solo nei Conservatori napoletani del Sei-Settecento si praticava ancora in tutta la sua perfezione.

Ed ecco svelato un altro inganno della bugiarda musicologia austro-nazista: Johann Joseph Fux – che d’ora in poi converrà chiamare col suo legittimo nome Giovanni Giuseppe Volpe – è purissima gloria italiana. Per loro stessa confessione, Carl Philipp Emanuel Bach e i fratelli Haydn si formarono studiando a fondo i due volumi del suo trattato da cui traspare un’amabile ironia partenopea, e non sugli aridi contrappunti incompiuti del Formaggio di Eisenach (11). Altro che Kunst der Fuge! Altro che Wiener Klassik! Sono, con rispetto parlando, tutta Cosa Nostra!

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NOTE

(1) Cit. in Fabrizio Basciano, Quel gran copione del signor Georg Friedrich Händel, “Il Fatto quotidiano”, lunedì 10 luglio 2017, p. 14.

(2) Di tale elegante giudizio sintetico “a posteriori”, per dirla con Kant, va dato credito alla gentile professoressa Anna Trombetta.

(3) V. ad es. Carlo Vitali, Chi ha scritto l’Hallelujah di Händel? Amenità pseudomusicologiche di Luca Bianchini, in “Accademia della Bufala”, nuova serie, n. 1, http://www.rivistamusica.com/chi-ha-scritto-lhallelujah-di-handel/ (link consultato il 15.10.2017).

(4) A-Wn, Mus. Hs. 3660 (olim H.K.A.II.263).

(5) Basciano, op. cit., loc. cit. 

(6) Ludwig von Köchel, Johann Josef Fux, Hofcompositor und Hofkapellmeister der Kaiser Leopold I., Josef I., und Karl VI. Von 1698–1740, Wien, Hölder, 1872.

(7) Cfr. il capitolo “Madamina, il catalogo è questo” in: Luca Bianchini e Anna Trombetta, Mozart: La Caduta degli dei. Parte prima, Tricase, Youcanprint Self-Publishing [ma: Leipzig, Amazon GmbH], 2016, pp. 85-106.

(8) Rudolf Flotzinger – Egon Wellesz, Johann Joseph Fux: Musiker, Lehrer, Komponist für Kirche und Kaiser, Graz, Akademische Druck u. Verlagsanstalt, 1991: pp. 9-12.

(9) Flotzinger e Wellesz, op. cit., pp. 21 e 25.

(10) Cfr. la prefazione di Jakob Moleschott a: George de La Motte, Louis Delacroix- Lemaire d’Ajolo, Pedro Buscón y Matarrojos, Wieso fressen die Deutsche so furchtbar schlecht? Oder: Der Mensch ist, was er ißt, Darmstadt, Speck u. Dreck’schen-Verlag, 1870.

(11) V. nota 2, supra.

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