Capricci atmosferici e grande musica a Verbier

Charles Dutoit dirige Salome

Verbier Festival (musiche di Strauss, Haydn, Schumann, Brahms, Schubert, Beethoven, Reger) soprano Gun-Brit Barkmin, mezzosoprano Jane Henschel, baritono Egils Silins, tenore Gerhard Siegel, tenore Andrew Staples, Verbier Festival Orchestra, direttore Charles Dutoit; pianoforte András Schiff, Verbier Festival Chamber Orchestra, direttore Gábor Takács-Nagy; violino Renaud Capuçon, pianoforte Denis Kozhukhin; violino Boris Kuschnir, viola Lars Anders Tomter, violoncello Miklós Perényi

Verbier, Salle des Combins, Église ed Église de Verbier Village, 22 e 23 luglio 2017

 

Prima di tutto la pioggia. D’estate in montagna di sera piove spesso, scrosci violenti di temporale, a maggior ragione se ci si trova nel cuore delle Alpi. Ad un festival alpino come quello di Verbier è quindi scontato che la pioggia accompagni i concerti, nel senso letterale del termine: nella grande e provvisoria Salle des Combins è una traccia sonora aggiunta che nei pianissimi arriva perfino a sovrastare la musica. È accaduto sia nella serata d’apertura con la Salome di Richard Strauss sia nella seconda serata, che vedeva András Schiff interpretare il Concerto per pianoforte n. 1 di Brahms.

La pioggia, insomma, è la prossima sfida di un festival alla cui vocazione cameristica originale, con concerti nelle varie chiese di Verbier, si è aggiunta una programmazione sinfonica, con tre orchestre giovanili residenti (la Verbier Festival Orchestra, la Verbier Festival Chamber Orchestra e la Verbier Festival Junior Orchestra), tutte legate ad un importante progetto didattico oltre che ad un laboratorio operistico i cui frutti sono stati, in questa edizione, l’esecuzione in forma di concerto, oltre che alla Salomedi Strauss, di un altro capolavoro straussiano, l’Elektra, e quindi dell’Evgenij Onegin di Ciaikovski. Il fondatore ed attuale direttore del festival, Martin T:son Engstroem dovrà pensare ad una soluzione (in progetto c’è una nuova copertura della Salle des Combins, che è comunque una struttura temporanea, smontata e rimontata ogni estate) per completare la trasformazione del festival da piccolo ed esclusivo evento cameristico con grandi stelle della musica per pochi danarosi appassionati ad un evento musicale a 360 gradi, capace di offrire una degna cornice anche al grande repertorio sinfonico.

Inevitabile, quindi, che il risultato della pur buona esecuzione in forma di concerto della Salome sia stato inficiato, da metà in poi, dalla pioggia e, fin dall’inizio, dall’acustica non ottimale della Salle des Combins, un’acustica che penalizza molto non solo i pianissimi ma anche e soprattutto il colore timbrico. E con un direttore impregnato di cultura francese come Charles Dutoit, al suo ultimo anno da responsabile della Verbier Festival Orchestra (il successore, anche se manca ancora l’ufficialità, dovrebbe essere Valery Gergiev), proprio la ricchezza del timbro e la qualità dell’amalgama erano le caratteristiche essenziali, per quanto si è potuto intuire, di questa Salome.

Aspettarsi da Dutoit un’incisività nel fraseggio ed una sensualità del suono di matrice austro-tedesca sarebbe chiedere al direttore svizzero di andare contro la propria natura. Dutoit ha infatti privilegiato l’eleganza del suono e del fraseggio ai languori di stampo wagneriano, elargiti a larghe mani da Strauss soprattutto in relazione alla figura della protagonista, una sorta di Isolde incancrenita nella sua ossessione erotica per Giovanni Battista. Colpivano, nella sua Salome, la flessibilità e soprattutto la fluidità del fraseggio, perfino in una «Danza dei sette veli» delineata come fosse una pagina orchestrale di Debussy, dosando accuratamente timbri e sonorità, senza accentuazioni in senso espressionistico.

Di gran lusso era il cast vocale, con una superba Gun-Brit Barkmin nel ruolo della delirante protagonista, capace di dare vita a tutte le contraddizioni di un personaggio che Strauss tratta quasi come un caso clinico (del resto l’opera viene rappresentata per la prima volta nel 1905, proprio negli anni in cui Freud mette a punto la psicanalisi), nonostante una voce piuttosto piccola. Accanto a lei un’isterica – vocalmente e scenicamente – Jane Henschel come Erodiade, un tuonante Egils Silins come Jochanaan, ed un grandioso Gerhard Siegel come Erode, per non dire dell’eleganza vocale del Narraboth di Andrew Staples. All’altezza della situazione anche tutti i comprimari. Si trattava di un cast ben collaudato, già protagonista di recenti produzioni dell’opera. Ben collaudata è apparsa anche la Verbier Festival Orchestra, messa a punto da Dutoit e dai suoi collaboratori in tre settimane di duro lavoro, tecnicamente all’altezza della difficile partitura e capace inoltre di suggestivi amalgami timbrici.

Certo, molto di questa Salome doveva essere immaginato dal pubblico e non solo per la presenza della pioggia a disturbare le raffinate invenzioni timbriche straussiane, ma ancor più per l’assenza della dimensione scenica, elemento fondamentale in un’opera potentemente votata al movimento (la figura di Salomé si risolve tutta nel movimento e non solo nella scandalosa ed provocatoria «Danza dei sette veli»). Se in Elektra il dramma è sostanzialmente interno alla psiche della protagonista, Salomé al contrario è un’opera dei sensi e della carne, un’opera in cui tutto assume un’evidenza concreta, le angosce, le pulsioni di vita e di morte, il desiderio sfrenato, tutto trabocca dal corpo fragile di un’adolescente che come un’acerba ed inconsapevole «femme-fatale» corrompe chiunque abbia la sventura di cadere nel cerchio magico del suo potere seduttivo.

 

Gábor Takács-Nagy

Nella seconda serata del Festival abbiamo potuto apprezzare ancora una volta l’arte di Gábor Takács-Nagy, che a Verbier avevamo già ascoltato lo scorso anno in un riuscitissimo programma tutto mozartiano. Il direttore ungherese unisce alla finezza del gesto e del lavoro sui dettagli una carica di vitalità e di simpatia umana che per i giovani della Verbier Festival Chamber Orchestra è contagiosa. Risultano poco chiari i motivi artistici per cui in questo concerto sia stata impegnata la formazione ridotta da camera invece della formazione maggiore. L’organico della formazione cameristica era infatti adatto alla Sinfonia concertante in Si bemolle maggiore n. 105 per violino, violoncello, oboe e fagotto di Haydn, era meno adatto alla Sinfonia n. 1 di Schumann ed era decisamente inadeguato per il Concerto per pianoforte n. 1 di Brahms, almeno per come noi siamo oggi abituati ad ascoltare Brahms e considerato che anche in questo caso i poveri orchestrali hanno dovuto fronteggiare la furia della pioggia, ancora più insistente della serata inaugurale: lo hanno fatto suonando a più non posso, con l’inevitabile conseguenza di forzature nell’emissione e di un fraseggio a volte molto tirato.

È stata elegante, ariosa e leggera l’interpretazione della Sinfonia di Haydn, grazie soprattutto ai validi solisti dell’orchestra di Verbier (il violinista Roberto González-Monjas, il violoncellista Maksim Velichkin, l’oboista Vicente Castelló Sansaloni ed il fagottista Pierre Gomes), coinvolgente quella della Sinfonia n. 1 di Schumann, per la sicurezza dei giovani orchestrali, l’amalgama timbrico, la qualità del cantabile del secondo movimento, e la vitalità di quello conclusivo, a parte qualche imprecisione qua e là oltre alle forzature dinamiche di cui si è detto sopra. Ad interpretare il Concerto n. 1 brahmsiano c’era un solista d’eccezione, András Schiff, che ne ha data una lettura elegante e malinconica, giocando sui chiaroscuri timbrici piuttosto che sulla tornitura del fraseggio e sulla pienezza del suono (il suo legato non era mai veramente legato). È stata una lettura un poco dimessa, a volte in aperto contrasto con i vigorosi slanci dei giovani orchestrali, apprezzabile a nostro avviso soprattutto per l’ultimo movimento, in cui Schiff, da grande interprete del Classicismo viennese faceva arrivare alla platea echi di Schubert e Beethoven, sotto la filigrana spessa della scrittura brahmsiana. In platea arrivava purtroppo anche il rumore della pioggia scrosciante sulla copertura della Salle des Combins, che per ironia della sorte ha concesso una tregua solo durante l’intervallo per poi riprendere vigorosa: basta dire che nel primo movimento del Concerto a metà sala, dove noi eravamo, si faceva fatica a sentire – «ascoltare» in questo caso sarebbe dir troppo – perfino i corni. Come bis il primo movimento del Concerto italiano di Bach, che Schiff ha eseguito da par suo: con un impeccabile gioco digitale, eleganza e senso della misura.

Godibilissime le due matinée cameristiche a cui abbiamo avuto modo di assistere, il primo nella Chiesa di Verbier il secondo nella Chiesa della Verbier bassa, che è poi il nucleo originario della cittadina svizzera, antecedente all’enorme sviluppo urbanistico degli ultimi trent’anni, che ha trasformato Verbier in una vera e propria città delle Alpi. Il violinista Renaud Capuçon, presenza fissa nei cartelloni del Festival, ha dato vita ad un raffinato recital insieme al pianista Denis Kozhukhin, affrontando il Rondo in si D 895 di Schubert (un’interpretazione un poco ingessata, a dire il vero), la Sonata n. 7 in do op. 30 n. 2 di Beethoven e la Sonata in MI bemolle op. 18 di Richard Strauss. Anche se Kozhukhin non ha esibito le stesse finezze nel suono e nel fraseggio del suo più celebre compagno di avventura (in un concerto di qualche anno fa il pianista russo ci aveva fatto un’impressione migliore) la Sonata n. 7 di Beethoven aveva la giusta tensione drammatica, mentre la Sonata di Strauss era affascinante per la qualità dell’amalgama timbrico e la pulizia della cavata e dell’intonazione di Capuçon. A rendere piena giustizia del valore del violinista francese è stato però il bis, un Liebesleid di Fritz Kreisler tratteggiato con somma eleganza e malinconia.

Si respirava un’aria di altri tempi, invece, al concerto del violinista Boris Kuschnir, del violista Lars Anders Tomter e del violoncellista Miklós Perényi. I tre, tutti con i capelli bianchi e tutti docenti all’Accademia dell’Orchestra del Festival, hanno presentato per un piccolo uditorio il Trio in SI bemolle D 471 di Schubert, la Serenata in RE op. 8 di Beethoven ed il Trio op.77 di Reger con la disivonltura, la pulizia, il tono amabile e colloquiale ed il gusto per i dettagli propri della musica da camera autentica. Interpretazioni sane e serene, nel segno di un lirismo docile e di un buon amalgama sonoro.

Luca Segalla

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