Butterfly in hot pants al tempo della speculazione edilizia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PUCCINI Madama Butterfly S. Aksenova, A. Pennisi, E. Beretti, A. Villari, S. Antonucci, S. Fiore, A. Porta, F. Beggi, J. P. Huckle; Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Yves Abel regia Alex Ollé

Roma, Terme di Caracalla, 3 agosto 2016

 

In una sera bollente dell’agosto romano, con un traffico indescrivibile, traversando a fatica una folla da stadio, siamo arrivati alle Terme di Caracalla per quella Madama Butterfly che certo è stata sin dallo scorso anno uno degli spettacoli più acclamati delle recenti stagioni estive del Teatro dell’ Opera. E non a torto,  almeno quanto al côté visuel. La regia di Alex Ollé, membro storico de La Fura dels Baus, era in verità di qualche interesse. Già da quel misterioso rilevatore che prima d’ogni musica giunge a misurare spazi e prospettive d’un terreno – quello comprato da Pinkerton per 999 anni – in prossimo odor di speculazione edilizia. L’opera è poi agita in un’epoca che ci piace pensare fra gli anni Ottanta e Novanta dell’appena scorso secolo, habitat precipuo di edificazioni selvagge, sovente madri di ecomostri partoriti non solo in  Italia. Il primo atto tuttavia suggerisce ancora tracce d’un Giappone tradizionale, pur con abiti in parte moderni e catering di nozze con tavoli e sedie di verissima plastica. Il risveglio alla realtà nell’atto successivo mostra la “casa a soffietto” trasformata in un rustico interminato di cemento e mattoni e gli innocenti boschetti prima retrostanti in repellenti  palazzoni intensivi. Della serie “là dove c’era l’erba ora c’è una città-a-a-a”, di non dimenticata memoria… Smessa “l’obi pomposa”, madama Pinkerton vive in pantaloncini inguinali e top a righe, in un totale disordine di panni stesi e secchi di spazzatura. Qui  passano ed esplodono sentimenti dolcissimi e devastazioni d’anima, sogni e desolazioni, scelte di morte forse come rifiuto di tal vita, forse come ritorno ad una tradizione di cui la scatola, il pugnale e il rito dell’harakiri son l’unico residuo. Senza arrivare a quell’autentico capolavoro che fu a Spoleto la Butterfly di Ken Russell (in Viet-Nam e con un impatto poetico indimenticabile), possiamo dire d’aver visto una regia intelligente, motivata e più volte densa d’emozioni. Ricevendone assai di meno sul piano musicale. Yves Abel ci è parso assai poco idiomatico: suono ricco e bellissimo, per carità; una continuità melodica indefettibile, una cremosità di fraseggio squisita. Unita ad una lentezza di tempi, ad una mancanza di contrasti, ad un’inerzia drammatica a tratti irritanti e comunque del tutto al riparo dal vento quasi espressionista che la regia faceva spirare dal palcoscenico. Svetlana Aksenova offriva a Butterfly una voce forse più doviziosa di Asmik Grigorian (rivelatasi qui a Caracalla, lo scorso anno), ma certo assai meno esaltante quanto ad arte. Al buon velluto dei centri, non faceva riscontro per la russa né una zona  acuta capace di quelle aeree, volatilissime modulazioni che di Butterfly (da Maria Farneti a Raina Kabaivanska) son la carta d’identità; né una volontà di incidere a fondo sulla parola, che qui è ad ogni passo fremito, trasalimento, spasimo. Ragguardevoli invece sia la presenza scenica, sia la recitazione. Angelo Villari dava a Pinkerton una sicurezza d’emissione e uno squillo in alto commendevolissimi. Brava Anna Pennisi come Suzuki, ma sappiamo bene che il suo spazio d’elezione è quello del belcanto, ove va giustamente emergendo. Signorile, ma ormai a tratti appena udibile lo Sharpless di Stefano Antonucci. Quasi sempre a posto gli altri. Va peraltro aggiunto che l’amplificazione era causa di singolari effetti, quali – tra gli altri – quelli d’udire un cantante in un certo punto del palcoscenico, mentre invece si trovava esattamente dal lato opposto. Benissimo l’orchestra, mentre il Coro a bocca chiusa (di operai edili in cammino all’alba verso i cantieri), trascinato ad un tempo mortuario, mostrava qualche fatica.

Maurizio Modugno

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