Bostridge, o la decostruzione di una Winterreise

 

SCHUBERT Die Winterreise op. 89 (D 911) tenore Ian Bostridge pianoforte Julius Drake

Bologna, Biblioteca del Centro San Domenico, 18 novembre 2016 (Bologna Festival, stagione d’autunno)

 

Dopo aver parlato con Wilhelm Müller, librettista inconsapevole della Schöne Müllerin e della Winterreise, l’olimpico Goethe ebbe a sbottare nel 1827: “Scrivono tutti come se fossero malati e il mondo intero un lazzaretto”. E Thomas Mann, altro Grande Vecchio sempre attento a fiutare umori di decadenza, scoprì nel soave melodizzare di “Lindenbaum” (Winterreise n. 5) “essenza di contemplazione all’inizio […] ma con successivi risultati di tenebre”. Ai giorni nostri l’erede autentico di quella maestosa scuola di pensiero è Ian Bostridge, storico della scienza prestato al canto che proprio con la Winterreise debuttò nel 1994 alla Purcell Room di Londra, e da allora l’ha cantata oltre un centinaio di volte. Chi abbia ancora nelle orecchie le interpretazioni di riferimento offerte negli scorsi decenni da virili baritoni di madrelingua quali Hermann Prey e Dietrich Fischer-Dieskau – o magari quella, filologicamente tenorile con accompagnamento al fortepiano, di Christoph Prégardien – dovrà riconoscere che la lettura di Bostridge è davvero “altra” e inquietante, ma a suo modo forse la più autentica. Egli stesso ne dà conto in un libro che ancora non abbiamo letto, e che tuttavia, dopo averne ascoltato (e visto!) dal vivo l’autore, ci permettiamo d’ipotizzare nel suo assunto centrale: Die Winterreise è il protocollo clinico di una malattia mentale spinta fino all’esito della demenza, anelito ad un cupio dissolvi, preludio di morte imminente. Altro che innocenza dell’eterno fanciullo viennese!

Bastava guardarlo: sperduto sull’ampia pedana della biblioteca conventuale di San Domenico, luogo consacrato ai severi studi teologici, pareva un burattino eccentrico, un pallido fantasma asessuato che si muove a scatti. In avanti, all’indietro e di lato in ogni direzione; talora issandosi sul bordo dello Steinway gran coda quasi non fosse capace di sostenersi sulle ginocchia flesse, talaltra ergendosi in tutta la sua figura allampanata per lanciare sfide blasfeme al cielo e agli uomini. E in tema di tecnica vocale, una dizione studiata che assegna ad ogni fonema un preciso assetto delle fauci. Ad esempio: “a” spalancate al massimo della proiezione, “o” esplosive, “e” sibilate attraverso una stretta fessura delle labbra, “t” finali aspirate con un effetto che il tedesco quotidiano, vuoi parlato, vuoi cantato, non conosce. Semmai c’è una qualche affinità col ghigno perverso del Kabarett berlinese anni Trenta.

E poi la ciclicità ossessiva del suo approccio ad ogni nuovo Lied: dapprima un lunare filato a mezza voce su qualche bella immagine della natura o della memoria (la “contemplazione”), ma a seguire un ingrossamento forzato del colore negli affondi gravi che marcano le sinistre associazioni col pensiero dominante del personaggio (il “risultato di tenebre”). Aggiungi le esplosioni irose e le onomatopee che sconfinano nello Sprechgesang inquinando il legato della melodia. Bostridge traduce la linea narrativa del ciclo non già in scene da teatro d’opera ottocentesco, quanto piuttosto in un Regietheater dell’avanguardia storica: quasi un Goldoni o un Molière messi in scena da Mejerchold.

Del suo partner alla testiera, il navigato Julius Drake, il meno che si possa dire è che un tale furor decostruttivo non giungeva a destabilizzarlo. Impegnato a sostenerne gli sbalzi estremi senza deflettere dalle indicazioni in partitura, sapeva navigare da maestro fra i pianissimi in sordina, i preludi e le code drammaticamente troncate, accompagnando con sapienti sfumature di tocco e di pedale la neve e il ghiaccio opposti al canoro chiacchiericcio del ruscello (eterno tema dell’immaginario mülleriano); l’idillio valzereggiante della memoria e la desolazione del presente, gli accenti prossimi al recitativo, i ribattimenti ipnotici di poche note, i galoppi precipitosi di sillabe in fuga. Sgomento di un pubblico numeroso che forse s’attendeva altro, ma dopo un inizio incerto e subito interrotto l’applauso dilagava altissimo. Nessuna richiesta di bis, ed anche questo è segno di comprensione del messaggio.

Carlo Vitali

Bologna - 18/ -11/2016  il tenore Ian Bostridge esegue "Schubertiade" con Julius Drake al pianoforte per Bologna Festival alla Biblioteca del Centro San Domenico (Photo by Roberto Serra / Iguana Press)

©  Roberto Serra / Iguana Press

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