Anteprima jazz e grandi classici a Trieste

14° Festival Associazione Chamber Music – Trieste

Danilo Rea recital in memoria di Franco Russo

JANÁČEK Sonata in mi bemolle minore DEBUSSY Images (première série) ; Masques ; L’isle joyeuse SCRIABIN 24 preludi op.11 pianoforte Benedetto Lupo

Trieste, Sala Victor De Sabata, 14 e 21 settembre 2015

Da 14 anni in parallelo al concorso Trio di Trieste (per formazioni con pianoforte) il Festival pianistico di Chamber Music (curato da Fedra Florit) incrocia intriganti itinerari generazionali di giovani interpreti e grandi maestri. Quest’anno Benedetto Lupo, Alexander Gadjiev, János Palojtay, Emanuele Torquati, Alexei Nabioulin.

Quest’anno però il festival si è concesso un’anteprima fuori programma con un concerto atipico per ricordare Franco Russo, musicista triestino dal pianismo raffinatissimo sulle grandi strade della leggerezza dagli anni di guerra; un pianista e arrangiatore che della tradizione del migliore trattenimento (anche di quello “ballabile”) faceva musica impregnata di squisite memorie classiche. I suoi medley erano invenzioni da suscitare l’inconfessata invidia di pianisti d’estrazione accademica.

A ricordare Russo, a dieci anni dalla scomparsa, hanno provveduto la personalità incandescente e l’inventiva sfrenata, funambolica di Danilo Rea: uno concerto di grande Jazz in tre vasti movimenti, dove miliardi di schegge germinavamo e si inseguivano in una ridda continua e spregiudicata, da Bizet a Modugno, da Puccini a De Andrè.

Il festival è rientrato nell’alveo consueto con lo splendido programma proposto da Benedetto Lupo, che proprio al Verdi, venticinque anni prima, era stato protagonista di una serata-rivelazione nel primo concerto di Prokofiev.

Lo spunto cronologico si collocava nel decennio 1905-1915, aprendosi con la Sonata in mi bemolle minore di Janáček intrisa di presagi e, nell’ultima pagina, cupa “domanda senza risposta” sui destini del secolo. Ne riaffiorava quasi un’ombra improvvisa nel secondo dei 24 Preludi di Scriabin che occupavano la seconda parte di un concerto in cui l’incisività folgorante dell’arco formale e il magnetico fraseggio di Lupo passavano come un unico respiro sulle rimembranze chopiniane.

Gianni Gori

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