Allevi e il Concerto: racconto di una serata milanese

Le prove del concerto

 

Il “fenomeno Allevi” è uno dei più dibattuti nel mondo musicale italiano: da una parte gli attacchi dell’ambiente classico (Uto Ughi si è distinto in tal senso) che, forse non perdonando al capelluto pianista l’incredibile successo, sottolineano la povertà strutturale della sua musica, la sua banalità melodica e armonica, e le provocazioni suscitate ad arte (la famigerata frase “Beethoven non ha ritmo”); dall’altra la produzione di un musicista che furbescamente, pro domo sua, confonde le acque fra pop e “new classic” (così egli definisce la sua musica), proponendo una terza via che non si accontenta di rimanere nei tranquilli alvei della musica di consumo, ma ambisce a sconfinare nelle forme e nei riti della musica “seria”. Questo avviene quando Allevi si improvvisa direttore (non solo della sua musica, ma anche del repertorio classico: chiunque può andare su YouTube e rimanere sbigottito davanti a prove francamente surreali) e quando tenta di appropriarsi, come accennato, di forme classiche: quella del Concerto solistico anzitutto. Ed è proprio il suo primo Concerto per pianoforte, presentato ieri sera, mercoledì 15 novembre, al Teatro Dal Verme di Milano, nella stagione dei Pomeriggi Musicali (ma non con l’orchestra titolare: altro elemento significativo di compresenza dei due mondi, il classico e il pop, o di una loro irrisolta convivenza), a stimolare queste righe. Righe che, per quanto riguarda noi di MUSICA, non sono certo le prime che affrontano il “caso Allevi”: nel 2008 Piero Rattalino, mostrando un’apertura mentale e un intuito pari solo alla sua statura di studioso del pianoforte, fu testimone e narratore (nel numero 200 della nostra rivista) di un concerto ferrarese di Allevi, analizzandone con scrupolo le composizioni, rilevandone influenze e struttura, e soprattutto l’impatto su un pubblico nuovo, che dei riti e delle regole della musica classica non solo se ne infischia, ma proprio li ignora. Un pubblico, più o meno, postmoderno: la categoria chiave dell’estetica rattaliniana, come esposta anche nel suo più recente libro. Ma non basta: nel marzo 2015 (n. 264) abbiamo preso il toro per le corna e, nella rubrica “Note a margine”, Davide Ielmini ha intervistato l’artista marchigiano in un pezzo che a me pare esemplare per onestà e approfondimento. E le idee alla base della musica di Allevi vi emergono in maniera cristallina, nelle sue parole: dalla differenza fra classica e pop (“Il pop è identificato dalla forma-canzone, mentre la musica classica da forme più complesse. Io spesso utilizzo queste, come la forma-sonata. La musica colta è quella che non richiede una specifica cultura per essere recepita, prova ne è che anche i neonati ascoltano Mozart, bensì una competenza per essere scritta”) all’idea di una “nuova semplicità”, un’idea “tutt’altro che immediata e alla portata di tutti”. E, per finire, proprio nel numero di questo mese ho intervistato Jeffrey Biegel, che di questo nuovo Concerto pianistico è stato primo interprete in agosto: fa riflettere come un pianista assolutamente classico, e campione di una “musica nuova” che, grazie a Dio, è riuscita a sfuggire alle secche post-darmstadtiane, che hanno distrutto di fatto l’idea stessa di musica contemporanea in Europa, se non per languenti nicchie di accoliti, affronti questa musica senza pregiudizi e, anzi con entusiasmo.

E senza pregiudizi (magari senza troppo entusiasmo, ecco…) ho partecipato al concerto milanese di ieri sera, in un Dal Verme stracolmo, come di rado avviene. A dire com’è questo Concerto per pianoforte basterebbero, ancora, le parole di Piero Rattalino, che firma il programma di sala: classico nell’impianto in tre movimenti, saldamente tonale, con un’orchestra piuttosto nutrita e un uso dell’armonia scelto più in funzione timbrica che costruttiva. Il problema di base, in questa musica (ma curiosamente meno nell’ampio Concerto — 30 minuti di durata — che nei brani più brevi presentati nella seconda parte), è l’assenza di una forma salda, che regga l’arco costruttivo: trovata una cellula melodica, o ritmica, essa viene ripetuta fino alla nausea. Una sorta di minimalismo, ma da canzonetta. Però sarebbe ingiusto negare, in questo Concerto, la felicità dell’invenzione melodica, una certa professionalità nell’orchestrazione e qualche effetto epidermico: sembra che, furbamente, Allevi utilizzi qua e là formule, tecniche classiche per impressionare un pubblico che ad esse non è per niente abituato. Non voglio scandalizzare il mio lettore, ma l’Adagio di questo Concerto cerca le sue radici (che poi le trovi, è un altro discorso) in una nebulosa che spazia dal Concerto in sol di Ravel al Secondo di Rachmaninov: e, ripeto, per un pubblico ingenuo, questa è la musica “classica” per eccellenza. Se attribuiamo al melenso Concerto di Varsavia di Addinsell un qualche valore artistico, onestà vuole che anche questa partitura alleviana meriti, quantomeno una sua dignità esecutiva: che certamente le è stata garantita dalla solidità digitale del bravo Jeffrey Biegel (la cui parte è, per citare Rattalino, “molto brillante senza mai diventare veramente virtuosistica”). Dopo l’intervallo, spazio ad Allevi nei triplici panni di autore, pianista e direttore, con brani tratti dal nuovo cd “Equilibrium”: e qui davvero rimango molto perplesso davanti a questi brevi pezzi, di pochi minuti l’uno, sostanzialmente tutti sovrapponibili e francamente noiosi. Né ha alcun senso, in questo contesto, mettersi ad analizzare il valore tecnico del pianista Allevi, o dell’Orchestra Sinfonica Italiana che lo accompagnava. Questo perchè il pubblico è entusiasta, quindi evidentemente il problema è mio: ed è mio anche l’imbarazzo a vederlo scimmiottare la professione del direttore d’orchestra (come fanno i bambini con una matita in mano davanti alla radio) e massacrare il Galop dalla Sinfonia del Guglielmo Tell, proposto come bis. Dà fastidio a me e al pubblico “classico”: a quello del “new classic” per niente, anzi. E solo il futuro potrà dirci se i due mondi troveranno il modo di comunicare o rimarranno reciprocamente impenetrabili.

Nicola Cattò

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