Alle fonti del Barocco

TRAETTA Armida R. Mameli, M. Comparato, F. Carnevale, M. Meerovich, L. Cortellazzi, L. Visco, M. Süngü; Orchestra Internazionale d’Italia, Coro della Filarmonica di Stato “Transilvania” di Cluj-Napoca, direttore Diego Fasolis regia Juliette Deschamps scene Nelson Willmotte costumi Vanessa Sannino coreografie Riccardo Olivier

Martina Franca, Palazzo Ducale, 30 luglio 2014

STEFFANI La lotta d’Ercole con Acheloo D. Savinova, T. Ganor, R. A. Strano, A. Schiavoni; Ensemble barocco dell’Orchestra Internazionale d’Italia, direttore Antonio Greco regia Benedetto Sicca scene Maria Paola Di Francesco costumi Manuel Pedretti coreografie Benedetto Sicca e Fattoria Vittadini

Martina Franca, Chiostro di San Domenico, 31 luglio 2014

La quarantesima edizione del Festival della Valle d’Itria ha dato ampio spazio all’opera barocca, evitando, tuttavia, di allestire titoli che incarnassero questo genere in forma prototipica: La lotta d’Ercole con Acheloo di Steffani (1689) e Armida di Traetta (1761) – entrambe prime riprese in epoca moderna – si situano infatti, rispettivamente, nel momento in cui i caratteri del melodramma barocco prendono forma e nel momento in cui essi vengono messi in discussione, e presentano soluzioni formali che vanno al di là dell’alternanza recitativo-aria bipartita: duetti, arie dalla struttura aperta, balli. Particolarmente significativa, al proposito, è la scena finale di Armida, nella quale la protagonista sconfitta inquadra la propria aria di vendetta tra due recitativi, e su una frase di recitativo accompagnato lo spettacolo si chiude. L’effetto sortito da questa pagina è stato potenziato dall’interpretazione di Roberta Mameli, che in tutta l’opera si è rivelata abile cesellatrice dei recitativi, spiccati con perfetta dizione e fraseggio eccellente, mettendo in luce come la poetica degli affetti permei, in Traetta, l’intero svolgimento dell’azione, senza una netta scissione funzionale tra recitativi e arie. Se la proiezione del registro acuto non è sempre stata smagliante, il meglio della protagonista si è avuto nelle sfumature a mezza voce e nell’accento personale – ora spiritoso e ammiccante, ora dubbioso e sofferto – di cui ogni coloratura è stata rivestita. Eguale resa espressiva, unita a solidissima tecnica, ha caratterizzato l’interpretazione priva di sbavature di Marina Comparato, nel ruolo di Rinaldo. Particolarmente vivida è stata la scena in cui il mezzosoprano ha raffigurato, con opportuni rallentamenti e smorzature, l’eroe giustiziere che cade vittima dell’incantesimo. Buona, nel complesso, è stata l’intera compagine dei solisti: Maria Meerovich, nel ruolo di Artemidoro, ha saputo mettere in risalto i prodromi della cabaletta ottocentesca che fanno capolino nell’aria «Vieni, ti chiama il Cielo». Tra le voci maschili si è distinto l’Idraote di Leonardo Cortellazzi. Le due amiche di Armida, Fenicia e Argene, sono state interpretate, rispettivamente, da Federica Carnevale e Leslie Visco, giovani di solida scuola barocca: la prima, già ascoltata l’anno scorso nell’Ambizione delusa di Leo, si conferma limpida ed espressiva; la seconda è allieva della locale Accademia del belcanto “Rodolfo Celletti”.

L’Accademia “Celletti” è una delle scommesse meglio riuscite degli ultimi anni martinesi, perché istituzionalizza la vocazione alla scoperta di nuovi talenti che è sempre stata propria del festival, offrendo ai giovani la possibilità di esibirsi dopo un periodo di perfezionamento. Ai solisti dell’Accademia è stata affidata La lotta d’Ercole con Acheloo, ove è brillato il controtenore Riccardo Angelo Strano, distintosi per la cura posta nella dizione e per il legato morbido e continuo. L’antagonista Acheloo, a lui affidato, è un dandy vanitoso che trapassa con agio dal registro femminile a quello maschile, e risulta credibile anche quando, nella conclusione, si trasforma in sconfitto desolato. L’altro contraltista, Aurelio Schiavoni, meno smagliante, risultava appropriato a dar voce al meschino Eneo, uomo privo di personalità. Tal Ganor, al suo debutto assoluto nel ruolo di Deianira (sostituiva l’interprete delle date precedenti), ha riscattato, via via che la serata procedeva, la sensazione scolastica comunicata al suo ingresso in scena; particolare rilievo ha assunto la sua aria «Idol mio, dove t’aggiri?», dalla duplice anima, languida e impaziente. Ad Ercole prestava voce il soprano Dara Savinova, non eccellente nella dizione ma distintasi per l’appropriatezza con cui ha interpretato ogni singolo passo.

Ozioso sarebbe soffermarsi sugli allestimenti; sennonché, confrontando quello che si è visto sui palcoscenici con le fotografie della mostra “Rivisitazioni in festival”, allestita per le strade cittadine per commemorare le produzioni che hanno fatto questi quarant’anni di storia, ci si rende conto di come, oggi, tutto sia segnato dalla necessità di operare con budget risicati che riducono le scenografie a cubi bianchi, veli e segni, i costumi a simbolo postmoderno, e spingono inevitabilmente sulla strada dell’astrazione. Con ciò, nella Lotta d’Ercole con Acheloo si è riscontrata una chiave di lettura evidente, per quanto opinabile, che voleva Deianira affascinata da Acheloo e solo in ultimo convinta a diventare sposa di Ercole. Quanto ad Armida, si è preferito ascoltare dimenticando la scena. Elemento di pregio, in entrambe le opere, è stata la direzione d’orchestra: Diego Fasolis e Antonio Greco hanno condotto con attenzione e rigore, proponendo esecuzioni sostanzialmente integrali (solo in Armida c’è stato qualche piccolo taglio nei recitativi, oltre alla necessaria omissione delle danze, la cui partitura, purtroppo, è andata perduta) nelle quali la compostezza non rischiava mai di dar nocumento alla ricchezza d’affetti di cui l’opera barocca è interprete e messaggera.

Marco Leo

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© Laera

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