Alla “Straniera” fiorentina manca un pizzico di sale

Salome Jicia

BELLINI La straniera S. Jicia, S. Li, L. Verrecchia, D. Schmunck, S. Vasile, A. Gramigni, D. Monaco; Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino, direttore Fabio Luisi regia Mateo Zoni scene Tonino Zera e Renzo Bellanca, costumi Stefano Ciammitti

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 19 maggio 2019

La straniera è un’opera dalla drammaturgia complessa, sicuramente anomala rispetto ai più tipici melodrammi romantici, nelle cui trame si riconoscono caratteri plasticamente delineati e ruoli marcatamente definiti. In questo titolo, infatti, ogni personaggio ha una complessità di sfumature psicologiche che travalica la suddivisione tra eroi e antieroi: Agnese/Alaïde è la regina di Francia, confinata dal marito in Bretagna per ragioni di politica matrimoniale; ma si innamora, ricambiata, di Arturo, giovane nobile di provincia che manda a monte le proprie imminenti nozze per il suo amore impossibile e ravvisa un pericoloso rivale in Valdeburgo, fratello di lei che, per il bene di tutti, cerca di separarli. A ciascuno, insomma, passioni, affetti sinceri e bontà d’animo, ma anche la giusta dose di responsabilità, imprudenze, silenzi colpevoli e scatti d’ira non sempre giustificati. A questa anomalia drammaturgica fa specchio un uso delle forme musicali tipicamente belliniano, che non disdegna di sfumare il recitativo nell’arioso e il cantabile nel declamato, rielaborando con personalità la struttura della “solita forma”.

Salome Jicia e Dario Schmunck

Per valorizzare la profondità di una siffatta partitura sono necessari interpreti dotati di un grande carisma interpretativo, capaci, oltre che di restituire la lettera del rigo musicale, di trasmettere agli spettatori le emozioni e i tormenti dei propri personaggi: quando i caratteri sono meno schematici, infatti, diventano più affascinanti se li si riesce a cogliere nella loro interezza e a comprenderne le sfumature, ma rischiano di restare sciapi ove ci si limiti a osservarli con un’occhiata superficiale. È questo pizzico di sale che è mancato, o è stato sparso in misura troppo parca, nella rappresentazione dell’opera al Maggio Musicale Fiorentino di domenica 19 maggio 2019, davanti a un folto pubblico, in buona misura composto da melomani accorsi da tutta Europa per ascoltare la rarità belliniana. Il soprano Salome Jicia (Alaïde) è dotata di un buon temperamento che sfoggia nel finale I e poi soprattutto nella cabaletta conclusiva (arricchita di piccole variazioni), nella quale il registro acuto risente tuttavia di una certa acidità che rischia di indebolire il nerbo del carattere nel suo momento di lucida disperazione. Meglio definita è la dimensione elegiaca della romanza con cui la regina si presenta in scena, sviscerata con appropriata lentezza. Un Arturo corretto ma dai colori fiochi è quello tratteggiato dal tenore Dario Schmunck; mentre più perspicuo è stato, nel ruolo di Valdeburgo, il baritono Serban Vasile, cui gioverebbe un suono più rotondo e ricco di armonici per valorizzare la buona proprietà del fraseggio. Isoletta, il personaggio psicologicamente più lineare dell’intreccio, nella voce del mezzosoprano Laura Verrecchia non trova quel tocco di brillantezza spensierata che sarebbe necessaria nella cabaletta «Se il dolor tal premio ottiene». Tra le seconde parti, affidate ai giovani artisti dell’Accademia del Maggio, si è distinto il Priore, interpretato con gravità dal basso Adriano Gramigni.

Dei fattori di collante si è apprezzata la direzione di Fabio Luisi – che aveva dalla sua le ottime compagini sinfonico-corali del Maggio Fiorentino –, puntuale e rigorosa come di consueto, ma non sufficiente, da sola, a ingranare quella marcia in più di cui la performance avrebbe avuto bisogno. Marcia che non è stata certamente data dalla regia di Mateo Zoni, tra lo storico e il fantasy, che non si è distinta nell’indagine introspettiva dei personaggi e ha avuto il suo migliore risultato in qualche gradevole colpo d’occhio, dimenticando però di rendere presente quel lago le cui acque sono così efficacemente evocate da Bellini.

Marco Leo

Foto: Michele Monasta

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