Al Carlo Felice un Requiem schiettamente teatrale

VERDI Messa da Requiem soprano Yolanda Auyanet mezzosoprano Annunziata Vestri tenore Antonello Palombi basso Riccardo Zanellato Coro e Orchestra del Teatro Carlo Felice, direttore Andrea Battistoni

Genova, Teatro Carlo Felice, 9 aprile 2017

 

La lettura della Messa da Requiem offerta da Andrea Battistoni si è inscritta interamente nel solco di una tradizione interpretativa votata a esaltarne la dimensione schiettamente teatrale, inserendo a pieno titolo il capolavoro sacro in quella dialettica tra aneliti umani e destino avverso che impronta tanta parte dell’opus verdiano. Battistoni ha infatti affrontato la partitura con il consueto piglio estroverso, offrendone una versione a forti tinte, tesa a scuotere e avvincere, a volte quasi a stordire con le pure masse sonore: attingendo certo anche alla capacità dei complessi genovesi di offrire sonorità rarefatte, fin dal sussurratissimo “requiem” dell’incipit, impalpabile eppure eloquente; ma nella cornice di una poetica dei contrasti estremi più che delle mezze tinte e delle sfumature espressive, coerentemente caratterizzata anche nel fraseggio da una certa visceralità, negli indugi come nelle accelerazioni. Un’interpretazione magari un po’ esteriore, ma dotata di una forza trascinante rispecchiata dalla reazione entusiasta del pubblico.

La visione corrusca del direttore veronese era assecondata da un quartetto vocale chiaramente coinvolto nel suo progetto interpretativo e capace, ognuno con le proprie qualità e i propri limiti, di dar vita a un vero “dramma sacro per quattro personaggi e coro”, come si potrebbe ben definire il Requiem in questa prospettiva. Voce assai luminosa, corposa anche nel registro centrale, Yolanda Auyanet ha trasportato il soprano del Requiem nella sfera emotiva di Elisabetta di Valois, sorella nei tormenti e nel fervore: del resto sono ben note le affinità tra Don Carlos e il capolavoro sacro, a partire dalla migrazione del Lacrymosa dall’uno all’altro. Una nota di intima fragilità era suggerita da una certa carenza di sostegno nell’emissione, evidenziata in attacchi (vedi il “Libera me”) non sempre limpidi e sicuri, e in passaggi come la filatura sul La bemolle a “ad vitam” in conclusione dell’Offertorio, che non è risultata avvolgente e palingenetica come avrebbe dovuto.

Ancora al Don Carlos (o a un personaggio altrettanto sofferente dell’Infante, come Alvaro) riconduce la fisionomia tenorile proposta da Antonello Palombi, cantante generoso, dagli acuti squillanti ed elettrizzanti: la sua esposizione dei dubbi e delle speranze umane sarebbe riuscita ancora più comunicativa se assecondata da un’organizzazione vocale più ortodossa, che gli avrebbe consentito di realizzare tutte le intenzioni espressive, senza che il lodevole sforzo di differenziare dinamicamente e coloristicamente il suo canto (vedi l’Ingemisco) sfociasse talora in carenza di legato o disomogeneità tra i registri.

Il confronto con la Auyanet evidenziava invece come, in termini puramente timbrici, Annunziata Vestri disponga di minor smalto, compensato tuttavia da un palpabile coinvolgimento espressivo e da un’eloquenza del fraseggio che ha reso fortemente drammatico il suo contributo. Più oggettivo l’approccio allo spartito di Riccardo Zanellato, che ha offerto una visione solida, mai caricata ma non per questo inerte della parte del basso (vedi i “mors” pianissimo e cupo nel “Tuba mirum”). Notevole, come accennato, il contributo dell’orchestra e soprattutto del coro diretto da Franco Sebastiani, flessibile e corposo nelle sonorità estreme richieste dalla bacchetta direttoriale.

Roberto Brusotti

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