Addio a Morricone, un “classico” per il cinema

La scorsa notte è morto, all’età di 91 anni in una clinica di Roma, Ennio Morricone: le conseguenze di una caduta gli sono state fatali.

Musicista di fama mondiale, ha ottenuto gloria imperitura per il suo lavoro cinematografico: scorrere il suo curriculum in tal senso equivale a imbattersi in una lista impressionante, per quantità e qualità. Da Per un pugno di dollari a Mission, da C’era una volta in America a Nuovo cinema Paradiso a Malena, e poi Gli intoccabili e, soprattutto, la lunga collaborazione con Sergio Leone (a cui abbiamo dedicato due lunghi articoli a firma di Paolo Bertoli, nei numeri 299 e 300). Dopo cinque candidature non premiate, nel 2007 ottenne l’Oscar alla carriera, seguito nel 2016 dalla statuetta per The hateful height di Tarantino (miglior colonna sonora, ovviamente).

Eppure, altrettanto prolifica, sebbene immensamente meno nota, è stata la produzione “classica” di Morricone, degna dell’allievo di Goffredo Petrassi che fu: come recita il sito del suo editore, siamo davanti a “pezzi cameristici per strumento solista (chitarra; pianoforte; clavicembalo; viola e nastro magnetico; flauto e nastro magnetico, violoncello) o per formazioni diverse (trii; quintetti; sestetti; pianoforte e strumenti; canto e pianoforte; voce e strumenti; coro di voci bianche ecc.); la poliglotta Cantata Frammenti di Erossu testi di Sergio Micheli (1985) e la Cantata per l’Europa su testi di Autori vari (1988); i tre Concerti, di cui il primo (1957) per orchestra, il secondo (1985) per flauto e violoncello, il terzo (1991) per chitarra classica amplificata e marimba; le musiche per i balletti Requiem per un destino (1966) e Gestazione (1980); le musiche vocali e strumentali su temi religiosi o d’intonazione spirituale (4 Anamorfosi latine su testi di Miceli, 1990; Una Via Crucis, ancora su testi di Miceli, 1991-92)”. E tanto altro, fra cui un ampia cantata (Voci dal silenzio) presentata un paio di anni fa da Pappano a Santa Cecilia.

E forse il cruccio di essere ricordato solo come compositore da film, e non come grande compositore tout court — lo stesso destino di Nino Rota, ad esempio — fu un’amarezza che non lo abbandonò mai, malgrado il successo planetario.

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