A Spoleto il Festival rinasce con Orfeo

MONTEVERDI Orfeo G.Sala (Orfeo), M. Cenere (La Musica), A. Grasso (la Messaggera), L. Mazzamurro e K. Magrì (Pastori), D. Galou (Proserpina), M.L. Zaltron (Speranza), M. Palazzi (Caronte), P. Gatti (Plutone), E. Pace (Euridice), A Talè (Ninfa); Accademia Bizantina, direttore Ottavio Dantone regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi

Spoleto, Piazza Duomo, 20 agosto 2020

La favola di Orfeo è una scelta quasi obbligata nel segno del rinnovamento e di una nuova vita. Non a caso al mito orfico sottende sempre un significato esoterico (persino alchemico) del ciclo morte-rinascita troppo spesso trascurato. Opera migliore quindi non poteva esserci per significare la volontà di ripresa del Festival spoletino dopo il troppo lungo lockdown che ne ha rinviato di mesi la inaugurazione.

Nonostante la sua forte carica espressiva, che rivitalizza il talora arido e ancora sperimentale recitar cantando fiorentino, il gonzaghesco Orfeo (Mantova 1607) di Monteverdi, perla dell’incipiente barocco ma ancora pregna di spirito rinascimentale, a partire dai gustosi cori madrigalistici, ha una struttura eminentemente classicista: un prologo e cinque atti come nella commedia o tragedia cinquecentesca e come significativa chiave di volta, al centro del terzo atto, la celebre aria del protagonista “Possente spirto” con cui Orfeo addormenta il burbero Caronte (non a caso l’unica di cui Monteverdi abbia scritto per esteso le fioriture belcantistiche, senza nulla lasciare all’estro del cantante).

Quindi, come in una architettura di Leon Battista Alberti, basata sulle simmetrie e gli equilibri interni, sarebbe perlomeno rischioso e fuorviante abolire un’arcata o un elemento della costruzione, altrettanto discutibile appare modificare il finale di un’opera come Orfeo, come è accaduto in un allestimento per altro pregevole dell’opera monteverdiana alla serata inaugurale del Festival dei due mondi.

Lascia infatti interdetti un finale in cui, invece di scendere dal cielo Apollo a consolare il diletto figlio ed invece della risolutiva danza finale (una collettiva moresca che ha assunto nel tempo il significativo valore di danza di guarigione) spenge le luci su un Orfeo accasciato e sconfitto proprio come un eroe romantico. Si dimentica così che Orfeo è un semidio e non un uomo qualsiasi nonostante i suoi sentimenti umani, che ancora una volta il gesto apollineo esalta il potere consolatorio della musica (che solleva dai lutti e dai mali della vita). Quindi la asimmetria produce una brusca interruzione nel racconto disperdendone alcuni significati.

Ciò premesso per dovere di cronaca, bisogna poi però dire tutto il bene possibile del fresco allestimento che il novantenne Pier Luigi Pizzi ha regalato al pubblico spoletino, conferendo luce e vitalità ad una storia mitica che ha ridotto a vicenda quasi dei nostri giorni (o della nostra gioventù anni Sessanta, sportiva e benestante). Secondo un vezzo che gli è proprio (vedi l’Alceste dello scorso anno al Maggio Fiorentino) Pizzi disegna questa giovane umanità attraverso la dicotomia coloristica che oppone la vita (il bianco e la luce) alla morte (il nero e il mondo delle tenebre) sfruttando a meraviglia i luoghi deputati dinanzi al Duomo. La sua lettura essenziale ed intimista si rafforza grazie alla interpretazione traslucida e intensa, ma anche variegata coloristicamente, di Ottavio Dantone che dirige dal cembalo con fine sensibilità la sua acclamata Accademia Bizantina. Sul palco uno stuolo di giovani non sempre da tempo assuefatti al barocco, salvo i navigati ruoli dell’implorante Proserpina e dell’inflessibile Caronte (assegnati a Delphine Galou e al basso Mirco Palazzi), tra i quali si sono distinti, nei diversi personaggi, la Messaggera di  Alice Grasso, dai toni forse troppo chiari, ed il carismatico Plutone di Paolo Gatti, ma soprattutto nel title role Giovanni Sala, che espleta con diligenza il gravoso impegno vocale assegnatogli. Molti e meritati gli applausi finali.

Lorenzo Tozzi

Related Posts