A Piacenza la Gioconda “mantiene il patto”

PONCHIELLI La Gioconda S. Hernández, F. Meli, A.M. Chiuri, G. Prestia, A. Smimmero, S. Catana; Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna, Coro del Teatro Municipale di Piacenza, direttore Daniele Callegari regia Federico Bertolani scene Andrea Belli costumi Valeria Donata Bettella Artemis Danza, corografie Monica Casadei

Piacenza, Teatro Municipale, 18 marzo 2018

  

Con La Gioconda di Ponchielli siamo al caso limite del teatro d’opera, esempio — cioè — di quanto più nefasto ed insieme di più entusiasmante la storia di questo genere abbia prodotto: un melodizzare inesausto e generosissimo, trama improbabile e ricca di colpi di scena, balletti, cori, arie, una Venezia notturna e misteriosa, sei personaggi dal dubbio spessore psicologico ma dal canto spiegato e intenso. Questo spiega il successo del titolo fino (almeno) agli anni Sessanta dello scorso secolo e anche la veloce scomparsa dai nostri cartelloni, forse per l’esigenza di un teatro più attento ad una drammaturgia credibile e a personaggi più sfaccettati: Ponchielli, insomma, non è di moda. L’ultima proposta della Gioconda in Italia risale (se non sbaglio) al 2012, quando l’Opera di Roma la mise in scena con l’allestimento di Pizzi (ispirato alle recite areniane del 2005): e stavolta, con il consueto coraggio, è toccato al Teatro di Piacenza, non nuovo a imprese simili, se si pensa alla Wally dell’anno scorso (e ad una sussurrata Forza nella prossima stagione…). Metterla in scena è impresa rischiosa e costosa, perché la drammaturgia dell’opera, oggi, può essere risolta solo in due modi, del tutto antitetici: o una parodia, una «decostruzione» degli snodi drammaturgici, con un’operazione difficile e rischiosa, oppure un tranquillo, tradizionale affidarsi alla tradizione, all’iconografia classica di una Venezia da cartolina, essendo — tra l’altro — i luoghi del dramma ben descritti. Federico Bertolani, per questa produzione, sceglie la seconda strada, ma con molta semplicità dovuta, forse, anche ad un budget non immenso: con qualche passerella che si staglia su un palco invaso dall’acqua, viene ricreata con efficacia la scena di tutti gli atti, solo muovendo e cambiando la prospettiva delle assi di legno, che diventano ora la riva della laguna (su cui si effettua la regata) nel primo atto, il brigantino nel secondo e la Giudecca del quarto.

L’elemento «veneziano» è ridotto al minimo (un grande vessillo di San Marco) e gli effetti realizzati sono semplici ma efficaci: molto meno funziona, invece, il terzo atto, non tanto per la presenza dell’acqua anche in un ambiente che si vorrebbe chiuso (chiaro l’intento di assimilare l’elemento liquido ad una sorta di corruzione morale: Barnaba vi cammina continuamente), ma per l’assurdità di una Laura costretta a rimanere stesa sul catafalco, coperta da un velo, per una mezz’oretta buona (la stessa ridicolaggine, poi, prosegue nel quart’atto). Ma questa Gioconda piacentina non si dimenticherà, più che altro, per la resa musicale: cantanti scelti con cura, tutti perfettamente adatti alle rispettive parti, ben preparati e ben guidati da un Daniele Callegari che, conoscitore profondo di questa partitura, da lui diretta in molte occasioni, è autore di una concertazione trascinante, esemplare per coerenza teatrale e raffinatezza dei dettagli. Certo, si possono ascoltare «Danze delle ore» più virtuosistiche: ma il senso di canto spiegato, di retorica ottocentesca che promana dal Concertato finale dello stesso atto è qualcosa che unisce il mestiere dei vecchi direttori di tradizione alla moderna sensibilità (l’opera, ad esempio, è presentata senza alcun taglio, neppure i due di tradizione al secondo e quarto atto).

Dopo l’eccellente Wally dello scorso anno, la spagnola Saioa Hernández fa centro un’altra volta: voce di schietto soprano lirico, è ancora comprensibilmente prudente in certi involi melodici in zona bassa, e potrebbe trarre miglior partito da certi incisi (ah, il fantasma callasiano…) come «Se lo salvi e adduci al lido». Pure, la compattezza della linea, la sicurezza dei tanti Do acuti, l’efficacia della presenza scenica fanno sì che la sua Gioconda sia una creazione di ammirevole efficacia, proprio come l’Enzo Grimaldo di Francesco Meli (anch’egli al debutto nella parte) che dispiega la propria splendida voce in linee melodiche di sicura presa: pur attenuando, qui, le mezzevoci di cui è di solito prodigo, Meli si conferma uno dei migliori tenori in attività, per intelligenza e sfolgorio vocale. Impeccabile, pur se un po’ tirata in acuto, Anna Maria Chiuri come Laura, così come Agostina Smimmero nei panni della Cieca; di Sebastian Catana (Barnaba), annunciato influenzato, non si può dire altro che bene (e se il personaggio è così becero, certo non è colpa sua), mentre il velluto vocale, una volta ammirevole, di Giacomo Prestia, è ormai un tantino liso, ma ancora in maniera accettabile. Detto della splendida prova del coro piacentino e dell’impatto un po’ mignon della «Danza delle ore» affidata a soli sei ballerini (per giunta costretti in uno spazio angusto), non si può che rinnovare il plauso alla serietà di lavoro del teatro piacentino, un modello per tanti altri di pari livello (e non solo).

Nicola Cattò

Foto: Roberto Ricci

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