A Napoli un Requiem poco melodrammatico

VERDI Messa da Requiem soprano Eleonora Buratto mezzosoprano Veronica Simeoni tenore Antonio Poli basso Riccardo Zanellato Orchestra e Coro del Teatro San Carlo di Napoli, direttore Juraj Valčuha

Napoli, Teatro San Carlo, 19 ottobre 2018

 

La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi è un’opera certamente religiosa, ma in un modo tutto suo, scritta cioè da un uomo che non era propriamente osservante: composta ed eseguita (su un precedente progetto per Rossini) nel 1874 per commemorare Alessandro Manzoni ad un anno dalla scomparsa, è un lavoro che unisce alla devozione quasi filiale per i due Grandi, una sensibilità operistica tutta “verdiana”. E in verità, i cantanti solisti che Verdi aveva in mente nello scrivere la partitura erano certamente voci d’opera.

L’esecuzione di venerdì sera al Teatro San Carlo, che apriva la stagione sinfonica del teatro sotto la direzione di Juraj Valčuha non ha deluso le attese del pubblico.

Come è noto, il momento più atteso e memorabile del Requiem di Verdi non è un assolo, un duetto o un terzetto vocale, ma il tonitruante boato orchestrale e corale del “Dies irae” che segue immediatamente il “Kyrie”. Qui i musicisti, i coristi e i cantanti, sotto la bacchetta di Valčuha, hanno prodotto esplosioni sonore continue e inarrestabili. Gli archi, gli ottoni, le percussioni, i legni e il coro si sono espressi al massimo, mentre le voci gridavano sgomento e dolore e gli archi crescevano di intensità e impeto. Del resto, il materiale musicale del pauroso “Dies irae” ritorna di continuo lungo tutta la Messa, dipingendo un quadro da Giorno del Giudizio: non a caso l’opera è stata equiparata all’affresco michelangiolesco della Cappella Sistina. Un lavoro cupamente drammatico, con intermittenti, brevi, violenti lampi di luce.

 

La direzione di Valčuha è stata come sempre di grande finezza, per quanto concerne l’attenzione ai dettagli e alle dinamiche, oltre che per la perfetta osservanza dei tempi previsti dalla partitura. Il direttore ha suscitato però qualche perplessità riguardo alla sua adesione intima e profonda al dettato verdiano, alla cui accorata retorica melodrammatica è apparso poco incline, per temperamento e carattere (oltre che per l’evidente propensione per il côté sinfonico del lavoro). Forse per questo si sentiva che il clima emozionale creato da ognuno dei tre gruppi (soli, coro ed orchestra), non riusciva a fondersi con gli altri in una sintesi più alta. I tre “ambienti” sonori, insomma, restavano affettivamente separati, con il direttore che appariva più empatico con il coro e l’orchestra che con i cantanti.

Le quattro voci soliste–il soprano Eleonora Buratto, il tenore Antonio Poli e il basso Riccardo Zanellato e il mezzosoprano Veronica Simeoni, che sono un campione di quanto di meglio il panorama attuale dei cantanti d’opera italiani può offrire, hanno offerto, pur con diverse sensibilità, e nonostante qualche occasionale imprecisione,  un saggio di padronanza vocale, tecnica ed emotiva nei passaggi salienti dell’opera.

Eleonora Buratto si è resa protagonista di un’ottima performance, in una parte in cui tra l’altro debuttava, che prevede una tessitura alta e di grande difficoltà. La Buratto ha un nitido timbro sopranile, un volume imponente, a cui ha saputo aggiungere la giusta dose di drammaticità, quando era necessario. Le sue messe di voce erano precise, cosa che non sorprende data la grande bravura tecnica, ed i risultati raggiunti di grande efficacia. Buona anche la prova di Veronica Simeoni, in un ruolo molto più impegnativo di quello che è riservato al mezzosoprano nella Nona di Beethoven, che aveva eseguito il mese scorso qui al San Carlo. La Simeoni si è mostrata sicura e intensa, con una espressività trattenuta e composta. Assai suggestivo è risultato l’amalgama vocale con il soprano nel Recordare, che è stato uno dei momenti migliori della serata. Emozionante Antonio Poli, che ha cantato i “pianissimo” con un buon controllo del mezzo vocale e una linea precisa. Con il suo timbro tenorile pieno e terso, Poli è passato agevolmente dal sonoro squillo dell’Ingemisco al tenue dolcissimo di “Hostias”, mostrando omogeneità dei registri e un buon legato. Infine, il basso Riccardo Zanellato, ci ha ancora una volta offerto la misura dell’imponenza della sua voce. La ripetizione drammatica della parola “Mors” nel suo assolo “Mors stupebit et natura” ben trasmetteva lo stupore e la paura evocati da Verdi, quasi come in un testamento spirituale.

Ottima la prova dell’Orchestra del San Carlo, che ha suonato con profondità e duttilità. Particolarmente impressionante è stato il coro (preparato da Gea Garatti): chiaro e preciso nella modellazione e nella dizione delle frasi. Era partito con un “Requiem” all’inizio più mormorato che armonicamente “sussurrato” ma poi è diventato via via più intenso e drammatico, creando la giusta tensione musicale ed emotiva. Si è affermato alla fine come il vero protagonista, specie nelle parti fugate, in particolare nel “Sanctus”, con la doppia fuga e il doppio coro che hanno prodotto più di qualche brivido in sala.

Lorenzo Fiorito

(Foto: L. Romano)

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